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Archive for gennaio, 2010

Anna Frank: La Storia di una Ragazza Ebrea

mercoledì, gennaio 27th, 2010

 

La Biografia di Anna Frank

Anna Frank è una ragazza tedesca di origine ebrea, nata a Francoforte nel 1929, che, prima di morire a soli 16 anni nel campo di concentramento di Bergen Belsen, ci insegna il valore della bontà nonostante il mondo disumano in cui si trova a vivere. Perseguitati dai tedeschi, per la loro origine ebraica, lei, la sua famiglia e in seguito la famiglia Van Daan e il Dottor Dussel, furono costretti a stare nascosti in un alloggio segreto, fino a quando furono scoperti dalle SS.

Arrestati e portati nei campi di concentramento, la madre di Anna morì di consunzione, e un anno più tardi morirono Margot e Anna di tifo. Tre settimane dopo la loro morte (1944) gli inglesi liberarono Bergen Belsen. Il diario di Anna Frank, fu trovato nell’alloggio segreto e consegnato dopo la guerra al padre di Anna, unico superstite della famiglia. Fu pubblicato ad Amsterdam nel 1947, col titolo originale Het acherhuiscil (Il retrocasa).

 

L’Infanzia

Annelies Marie Frank, chiamata semplicemente Anna, è nata il 12 giugno 1929 in Germania, a Francoforte sul Meno. Il babbo, Otto Frank, banchiere ebreo, ha dovuto emigrare in Olanda, con la moglie e le due figliolette, per sfuggire alle persecuzioni naziste dopo le leggi razziali emanate da Hitler nel 1933. Ad Amsterdam, Otto Frank diventa direttore della Travies N.V. e socio della ditta Kohlen & Co che importa gelatine di frutta. Domani Anna compirà cinque anni e” come ogni sera, attende che arrivi il babbo correndo dalla casa al giardino. E’ una bambina felice, vezzeggiata da tutti, perché è la più piccola. Margot, la sorella, ha sentito certamente più di lei la separazione dalla terra natale, dai primi compagni, ed è più

silenziosa e raccolta.

È trascorso appena un anno dall’abbandono della sua casa e c’è ancora l’ansia per i parenti rimasti in Germania. Le notizie che giungono di là sono allarmanti. La legge per la salvaguardia dello stato nazista e della razza pura ha iniziato la sistematica eliminazione degli oppositori. Il principio razzista della superiorità biologica degli ariani su tutte le altre razze è diventato dottrina dello stato, di conseguenza è un dovere la persecuzione degli ebrei. Si comincia a colpirli sul piano economico, si escludono dalle cariche pubbliche, si vietano e si limitano diritti e libertà civili a chi non è germanico. Per fortuna ci sono gli affetti, la fede e la volontà di ricominciare, nonostante tutto. Il signor Frank ricorda il compleanno della sua bambina. Si ferma in una libreria ed esce con un pacchetto colorato. Anna gli viene incontro festosa: – Papà, guarda che bella bambola mi ha regalato Miep!- Indicando il pacco sotto il braccio, domanda curiosa:

 È mio anche quello?- Ha un sorriso felice. Il babbo la solleva e se la stringe al petto. – Chissà! – risponde e aggiunge: – Quanti anni compie la mia piccola? – Cinque! Ti sei dimenticato che sono «grande»? Oggi a scuola la maestra mi ha detto che sono stata brava; vieni che ti faccio vedere il mio disegno… Poi, me la racconti una favola? Puoi leggerne una sul libro nuovo. Anna è precoce, desiderosa di imparare; frequenta la scuola Montessori, con Margot; parla perfettamente il tedesco e fa progressi ogni giorno – Aspetta un momento, Anna – dice il babbo- Saluto mamma e Margot, poi vengo-. Anna prende il libro, vi pone sopra il suo disegno, sul tavolo del giardino. Il babbo torna, guarda il disegno, sorride: – Sei stata proprio brava e allora devo raccontarti una bella storia. Prende il libro,

lo apre e comincia: – C’era una volta..

Nel 1938 i «pogrom» aggravano la situazione degli ebrei rimasti in Germania. Praticamente viene loro proibita ogni forma di vita associata. La nonna di Anna, per l’età avanzata, era rimasta a Francoforte; ma, presa dalla paura, si convince a fuggire e viene ad Amsterdam. Anna è felice. La nonna è sempre entrata nei discorsi e nei ricordi della famiglia. Quasi non la raffigura. L’ha lasciata che era molto piccola. Sono trascorsi cinque anni: lei e Margot sono cresciute, frequentano la scuola, si sono fatte degli amici.La venuta della nonna è una grande gioia per tutti, ma specialmente per Anna.

Indulgente e premurosa, la nonna è sempre pronta ad aiutarla, sa trovare le parole più adatte anche quando la richiama, la tratta con pazienza e comprensione. – Anna, vuoi che parliamo un poco? Vieni. Riesce sempre a mettere in fuga i malumori, a riportare l’allegria ed è ineguagliabile nel convincerla ad obbedire. – Mi aiuti a sbucciare i piselli? Ti racconto il fidanzamento dei tuoi genitori. Anna non riesce a resistere. E la nonna comincia come in una favola: – Che grande festa! C’erano duecentocinquanta invitati… E la convince ad eseguire i compiti, a tralasciare i giochi: – Anna, non ricordo più quello che dicevi ieri della Grecia. Che cos’era? – Furbetta d’una nonna! Vuoi che studi la storia, vero? Prendendola per mano, le siede accanto; si aiutano vicendevolmente. Un giorno Anna la scopre in pianto; cerca di confortarla:- Che hai, nonna? Pensi agli zii? Loro stanno bene, sono in America, al sicuro. – lo non li rivedrò più! – singhiozza la nonna. – È cominciata la guerra e chissà, come e quando finirà… – E cominciata? Ma come? Ma dove?- – Prendi l’atlante e aprilo sulla carta della Germania.

La nonna segna col dito Francoforte: – Era la mia città, anche la tua. Siete nati tutti lì… – Ma Amsterdam è bella, stiamo bene qui! – Oh, sì! – sospira la nonna e intanto accarezza il capo alla nipotina. – Fammi vedere dov’è la guerra! – insiste Anna. – Chi l’ha voluta? – Per il momento non si combatte… – spiega la nonna – ma è come se lo si facesse. Hitler ha deciso di «annettere» alla Germania tutte le terre abitate da tedeschi. Così ha occupato l’Austria, ha invaso la Cecoslovacchia, minaccia gli stati confinanti: vuol fare un Reich grande e potente. E fa paura al mondo. – Ma, nonna, oltre quelli che tu hai ricordato non vi sono altri territori abitati da tedeschi, rivendicati da Hitler… – Che io sappia, no; ma chissà che cosa ha in mente di fare ancora… – Allora si fermerà, vedrai. – Speriamo che tu abbia ragione, piccola mia! – conclude la nonna.

Occupazione Tedesca

I timori della nonna sono fondati. È proprio lei che il 1° settembre 1939 ascolta alla radio la notizia dell’attacco alla Polonia. Hitler, nel disegno di una guerra lampo, invade il territorio polacco e provoca l’intervento dell’Inghilterra e della Francia. In un mese la Polonia è sconfitta. Le truppe tedesche si volgono allora ad Occidente attratte dalle miniere di ferro della Scandinavia, ma anche per ostacolare eventuali sbarchi britannici. Costringono alla resa non solo la Norvegia, ma anche la Danimarca e si dirigono verso la Francia, violando la neutralità del Lussemburgo, ,dell’Olanda e del Belgio. Gli olandesi tentano di resistere, rompendo le dighe e operando disastrosi allagamenti, ma sono costretti a capitolare il 14 maggio 1940.

 I tedeschi trionfanti, a cui si sono uniti gli alleati italiani, nel giugno successivo entrano a Parigi, senza combattere. Le leggi razziali si moltiplicano e non c’è forma di violenza che venga risparmiata. Il babbo di Anna cerca di parlarne raramente in presenza della nonna e delle figlie, ma quando in casa vengono gli amici Van Daan, Kraler, Kophuis, il discorso cade sempre sulle persecuzioni. Una sera Kraler è furibondo; grida: – Avete sentito? Non solo rompono le vetrine, devastano i negozi, danno fuoco alle case, ma se la prendono anche con le sinagoghe e coi cimiteri…– Sono soltanto nazisti! – dice papà Frank. – A Varsavia, nel ghetto, hanno snidato la gente con i lanciafiamme..   La moglie ha nel volto lo smarrimento – Succederà anche ,qui?– Ma no, qui è diverso – la rassicura il marito. – L’Olanda è servita solo di passaggio.  – Non dobbiamo farci illusioni – lo corregge Van Daan. – I campi di concentramento funzionano dal 1935 anche per gli ebrei. – Saranno ebrei oppositori – precisa Kophuis. – No – insiste Van Daan – ce l’hanno con gli ebrei in quanto ebrei. – Non l’abbiamo mica scritto in fronte che siamo ebrei! – No, ma siamo obbligati a farci riconoscere come tali, portando la stella di Davide gialla cucita sull’abito… Ordine di Hitler! –
– Amici miei – dice Otto – perché non pensiamo a un progetto utile? Si apparta con gli uomini e discute a lungo, in segreto. – Dobbiamo pensare ad un nascondiglio sicuro… – Per noi non c’è scampo: finiremo nei campi di concentramento…– Purtroppo la notizia è attendibile – conferma Frank – non dobbiamo farci illusioni. Sapevamo già che, dopo la Polonia, anche gli altri paesi occupati dai tedeschi hanno conosciuto l’ignominia della caccia all’ebreo. Nonostante la guerra, la vita quotidiana si svolge con una certa regolarità. L’occupazione nazista però si fa sentire. Timori e privazioni non sono risparmiati. In casa Frank arrivano notizie dolorose di amici colpiti dalle persecuzioni. La nonna è molto invecchiata. Una splendida domenica di primavera, Anna è inquieta; va da una stanza all’altra, non ha voglia di mettersi a studiare. – Papà, usciamo? Facciamo un giro in città.
– Vuoi uscire anche tu, Margot? – chiede papà. – Dovrei studiare – risponde la figlia. – Allora rimani; terrai un po’ di compagnia alla nonna. La città è splendida di sole. Lungo le strade, nelle aiuole pubbliche sono fioriti i tulipani smaltati di giallo e di rosso. Sembra una domenica di pace. La gente passeggia, parla, si ferma nelle piazze.- Non ci allontaniamo troppo, perché siamo a piedi, lo sai – consiglia il papà. 
– Ma io non mi stanco. Con questo sole non è un gran male rinunciare al tram, non ti pare? – Anna è allegra – Come va a scuola? Che ti ha detto il vecchio Kepler?- – È migliore di quanto mi era sembrato. lo non amo molto la matematica e lui lo ha capito… – Ti ha dato qualche altra punizione? – Si è rassegnato a soppportare le mie chiacchiere. Sai che mi ha assegnato tre temi per castigo? – Su quali argomenti? – «La pettegola», «L’incorreggibile pettegola» e… il terzo era ancora più stupido. – Anna si arresta. – Su, sentiamo! – si diverte il babbo. – «Qua, qua, qua dice la signorina Boccadoca» – sussurra Anna. – Ti sei offesa? – Voleva canzonarmi, ma io l’ho lasciato di stucco – esplode Anna. – E come? – Ho scritto una poesia stupenda, con l’aiuto della mia compagna Sanne. – Che cosa hai scritto? – Ho raccontato la storia di una famiglia di anatroccoli. Alla fine il padre cigno uccideva i tre figlioletti a beccate perché erano troppo ciarlieri.
– Ti piace Amsterdam, papà? domanda Anna cambiando discorso. – Sì, è una grande città. – Fu per secoli la più grande metropoli del mondo e il suo porto il più importante per le Indie – precisa Anna. – Me lo  hanno insegnato a scuola. – Peccato che ora non sia una città libera! – sospira il signor Frank.

Quante cose Proibite

Anna indovina i pensieri del babbo. Camminando per la città, si sono imbattuti in un grande cartello posto bene in vista, per vietare l’ingresso agli ebrei in un parco riservato.- Ma quante cose ci sono proibite! – esclama Anna. – Ogni giorno, nuove leggi antisemite fanno obbligo agli ebrei di portare la stella di riconoscimento, di non servirsi dei tram, di consegnare le biciclette, di non usare le automobili…– Ma perché? Per evitare che sfuggano ai controlli. Anna vorrebbe cambiare discorso: – Prendiamo un dolce per la mamma? Non si può. Noi dobbiamo fare acquisti soltanto nelle botteghe ebraiche autorizzate dai nazisti solo dalle tre alle cinque del pomeriggio.
 – Non possiamo fare sport, è proibito andare al cinema e ai teatri, passeggiare nel parco, frequentare gente… – sbotta Anna – che cosa ci è permesso? – Per il momento stare insieme… E’ già molto che possiamo tornare a casaPapà, perché i tedeschi ci odiano tanto? – La storia è lunga. La Palestina fu conquistata dai romani nel 66 avanti Cristo. Quando l’imperatore Adriano ricostruì Gerusalemme col nome di Aelia Capitolina, l’ebreo Bar Kocheba si ribellò. La ribellione fallì e da allora fu proibito agli ebrei di rientrare in Gerusalemme. Fu l’inizio della «diaspora», cioè della dispersione degli ebrei che però in tutto il mondo rimasero legati dal vincolo religioso e dal rispetto della «sinagoga», simbolo della continuità e della tradizione. Gli esiliati incontrarono sempre gravi difficoltà, ma la necessità di sopravvivere li fece esperti negli affari e invisi ai paesi che li ospitavano. Furono sempre perseguitati; prima di questo, il tempo peggiore lo conobbero nel Medioevo, durante le crociate. I   cattolici li costrinsero all’isolamento, il «ghetto», e li esclusero da ogni ufficio. – Non ebbero mai pace, allora! – sospira Anna. – Soltanto quando qualche re utilizzò gli ebrei più esperti in economia a riassestare le finanze del paese… – Perché sceglievano soprattutto il commercio, gli affari? Sono le condizioni di vita che generano i costumi, le abitudini, le scelte.
 L’incertezza della situazione suggeriva agli ebrei di non avere proprietà immobili; l’esilio imponeva di avere beni trasportabili. Anche il prestar denaro con interesse, fu praticato dagli ebrei perché ai cristiani era proibito farlo. All’inizio dell’occupazione, le autorità tedesche appaiono concilianti: tentano di guadagnarsi la fiducia e la collaborazione degli olandesi. Poi, ai primi segni di dissenso e di resistenza, mutano metodo.. Cominciano con le minacce, a cui seguono rappresaglie sempre più dure. Nel settembre del 1941 il generale Keitel emana l’ordine che, dove si verifichi un incidente a danno delle forze armate naziste, venga immediatamente eseguita la fucilazione di «ostaggi», cioè di cittadini presi in custodia per garantire con la loro vita la sottomissione della comunità occupata. Le leggi razziali vengono imposte in tutta la loro severità anche ad Amsterdam. Così il mattino in cui la direttrice della scuola Montessori entra nella sesta B per tenere la lezione conclusiva, Anna sa che per lei è davvero l’ultima. Alla fine dell’ora la direttrice si rivolge alle ragazze. – Devo comunicarvi una cosa spiacevole: perdiamo una compagna, Anna Frank. L’anno prossimo dovrà frequentare un’altra scuola e noi vogliamo salutarla.
 Dai banchi gli sguardi si volgono tutti verso la compagna che si è alzata e si dirige verso la cattedra. – Dove vai? – domanda una tra il mormorio delle altre alunne. – In una scuola per ebrei – risponde senza esitazione a voce alta Anna. – Perché mai? – Perché una legge degli occupanti vuole così – precisa la direttrice. Nel volto delle alunne si dipingono stupore e smarrimento. La direttrice allunga la mano, stringe quella di Anna e l’attira a sé con affetto: – Stiamo insieme da molti anni, sei venuta bambina nel 1934, sei cresciuta qui con noi e avremmo voluto continuare con te la nostra scuola. Ci è impedito. Non ci dimenticheremo di te. Rivolta alla classe aggiunge: – Questa lezione che ci impone la storia è assai dura.  Le parole si perdono nel silenzio commosso; Anna, chinato il capo, piange. Anche le compagne e l’insegnante non nascondono la loro emozione.  – Vieni, Margot ti aspetta. – Sulla porta la direttrice l’abbraccia: – Addio Anna!- Non ci sono altre parole da dire. All’ingresso la sorella l’attende con gli occhi lucidi. Si prendono per mano e tornano a casa.  È l’inizio delle vacanze, ma senza gioia. Incominciano a conoscere, a loro spese, che molti dolori della vita sono provocati proprio dagli uomini. L’anno successivo, al liceo ebraico, Anna e Margot si trovano bene: insegnanti bravi, compagni simpatici; per Anna qualche difficoltà in algebra, ma nelle altre materie nessun problema. Margot è bravissima, ottiene ottimi risultati in tutto ciò che fa.
Così si chiude un altro periodo di scuola e di vita senza avvenimenti particolari, salvo la morte della cara nonna. A gennaio se n’è andata lasciando un gran vuoto. Oggi è giorno di festa; è il tredicesimo compleanno di Anna.

 

 

Un Diario per Anna Frank

Sono quasi le sette del mattino e Anna è sveglia da un po’. Esce piano dalla camera e le viene incontro il gatto con il consueto miagolìo, i ronfi di gioia. – Oh, che entusiasmo Moortje! Vuoi proprio essere il primo a farmi gli  auguri? – Anna si china ad accarezzarlo, lo prende in braccio.  Bussa alla camera dei genitori.  – Buon compleanno, Anna! – L’uno dopo l’altro l’abbracciano e la seguono in salotto per godere delle sue manifestazioni davanti ai doni.
Esuberante e vivace, lei corre verso il tavolo: – Quante cose! Quanti fiori! E ci sono anche i dolci e i libri. Grazie, a tutti! Sulla porta appare Margot, in camicia da notte. Ancora assonnata dice: – Auguri, auguri! Anna distribuisce baci a tutti. – Apri, su! – invita la mamma. – Incominciamo dal più piccolo? Sembra un libro. – Non devi dirlo; fingi un po’ di sorpresa, almeno – brontola la sorella. – Ho sbagliato! È un puzzle! Che bello! – Ti piace? Meno male… – sorride Margot. – C’è anche una busta con dei fiorini. Bene, potrò comprarmi «I miti di Grecia e di Roma». Mamma, papà e Margot si sono seduti per assistere all’animazione di Anna che soppesa i pacchetti, li guarda, li svolge con cura per recuperare le belle carte decorate e i nastrini della confezione. – Ti hanno viziata anche gli amici – commenta il babbo. – Vogliono tutti farmi leggere; guarda quanti libri! Per fortuna mi piace. Si prepara a svolgere un nuovo pacco.
– Un diario! – esplode Anna felice – Bello! E lo accarezza, sfiorando la copertina cartonata e stringendolo al petto. Corre ad abbracciare il babbo: – È il mio primo diario importante. Lo incomincerò subito e guai a chi cercherà di leggerlo. Vi scrivo tutti i miei segreti. Anna è una ragazzina allegra, sensibile, con una straordinaria capacità di stare nella realtà. Si è adattata alla sua condizione di ebrea, frequenta i nuovi compagni con spontaneità e naturalezza. Sui banchi di scuola e nello studio riesce a dimenticare che l’Olanda è occupata e che c’è la guerra. Non vuole fare del suo diario uno sfogo lacrimoso, né un banale racconto quotidiano… Anna scopre che le manca un’amica, alla quale dire tutto. «Che bella idea!» si dice soddisfatta «Il mio diario diventerà la mia amica immaginaria; a lei confiderò tutto, sotto forma di lettera!» Sarà effettivamente una conversazione intima, una finzione ma senza finzioni! E l’amica si chiamerà Kitty… La repressione dei tedeschi contro gli ebrei si fa sempre più dura. Il babbo di Anna deve lasciare la ditta, non può più occuparsi di affari. E’ molto triste vederlo taciturno senza il suo lavoro. Per fortuna è tempo di vacanza e le figlie gli tengono compagnia. Una mattina, passeggiando con Anna, le confida:
– Tu sai che da quasi un anno stiamo affidando le nostre cose ad amici perché non finiscano in mano ai tedeschi. Però neanche noi vogliamo essere  presi; perciò dobbiamo andarcene, dobbiamo nasconderci. – Quando, papà? – Anna rivela la sua ansia. – Non ti preoccupare, cara; goditi la vacanza. Ho voluto soltanto che tu lo sapessi per tempo. La domenica successiva c’è una chiamata delle S.S. per Margot. Deve presentarsi al comando. Anna scoppia a piangere:  – Ma allora è vero, portano via anche le ragazze da sole…- Non ci andrà! – dice con forza la mamma – Anzi, prendete subito quello che potete e stipatelo nelle vostre borse. Fuggiamo. Anna si agita, va di qua e di là, ficca nella borsa le sue cose più care, prima fra tutte il diario. Quando arriva il babbo manda a chiamare gli amici. Miep, la sua segretaria, sposata da poco, viene col marito Henk. I due sposi riempiono borse e tasche con quanto è rimasto da portar via e prima del coprifuoco riescono a fare due viaggi al nascondiglio. Il mattino seguente la mamma sveglia le figlie all’alba e – Indossate più abiti che potete, uno sull’altro, su, presto… Margot, infagottata e con la cartella colma di libri, esce per prima, in bicicletta. L’accompagna Miep che è venuta generosamente a dare ancora il suo aiuto. Moortje si aggira inquieto per le stanze. Anna lo accarezza in silenzio. – E Moortje? – domanda col pianto nella voce. – Ho pensato anche a lui: lo terrà il signor Goudsmit; il gattino sta bene, resterà qui nella sua casa. Alle sette, dopo aver abbracciato e baciato il gatto, Anna saluta con lo sguardo le stanze della sua casa… Il babbo e la mamma la precedono. Hanno tutti una valigia rigonfia e si riconosce dagli abiti che stanno fuggendo, che sono ebrei. La pioggia rende ancor più triste la separazione. La strada comincia ad animarsi; passano soprattutto gli operai e li guardano con compassione, accennando appena un gesto del capo, forse per salutare, per dire che vorrebbero aiutare, che capiscono… I Frank camminano in silenzio, fingendo di essere disinvolti, ma è difficile passare inosservati. Dopo un poco, Anna riconosce d’essere arrivata per strade secondarie nella via Prinzengrach e si sorprende
 – Come? Ci nascondiamo qui, nel tuo ufficio, papà?- – Sarà un buon nascondiglio, vedrai! Lo preparavo da molto tempo. Ci saremmo dovuti venire il16 luglio, ma abbiamo anticipato…

 

 

 

Vita nel Nascndiglio

Gli uffici della ditta Kohlen & Co. sono in un vecchio palazzo di quattro piani. Attraverso corridoi, scale, magazzini si arriva alle stanze, divise su due piani, che saranno l’abitazione segreta dei Frank, dei loro amici Van Daan col figlio Peter e anche del dentista Dussel. Anna si guarda intorno: – Come sei stato bravo, papà!  Margot e Miep sono già al lavoro. La mamma non parla; la situazione è precipitata così rapidamente che non si rende ancora conto del cambiamento. Lo spazio è ristretto ma è una fortuna sentirsi al sicuro e vicini ad amici come Elli, Miep,.Kraler e Kophuis. Giorno per giorno i rifugiati organizzano la loro coesistenza, stabiliscono regole e orari per non destare sospetti nel personale del magazzino; e scoprono come sia duro e difficile vivere con altre persone, chiusi per mesi senza affacciarsi mai ad una finestra, con limitazioni d’ogni genere… Nell’alloggio ci sono lavori per tutti: riordinare, far da mangiare, leggere, studiare e ricambiare la generosità dei protettori con lavori d’ufficio: contabilità, registrazione, corrispondenza… Ogni tanto vengono buone notizie dalla radio e la speranza si ravviva. Quando giunge la sera, Anna ritrova se stessa. Si diverte a guardare gli ultimi uccelli che volano insieme ai gabbiani e sembrano d’argento.
 Poi, quando scende la notte e si spengono le luci, si mette a spiare con un cannocchiale. Nonostante la guerra e il grande dolore che gli uomini hanno scatenato, le stagioni continuano ad avvicendarsi con regolarità. La natura segue il suo corso; sotto la finestra sono fiorite le rose. – Oh, poter uscire, correre per le strade, respirare l’aria a pieni polmoni! ­ confida Anna a Peter, che se ne sta quasi sempre zitto, col suo gatto – Vieni a vedere come sono belli i tetti di Amsterdam. Vorrei andare in bicicletta, ballare, sentirmi giovane e libera… Invece mi tocca respirare l’aria da una fessura e mi vie n voglia di piangere-. Peter la guarda con simpatia, ma non trova parole per confortarla. È difficile vivere vicini sempre in armonia quando si hanno gusti diversi, anche per l’età. Gli adulti sono spesso noiosi nei loro discorsi, nelle loro occupazioni e mancano di fantasia. Da qualche tempo non fanno che lamentarsi.Il loro parlare va dalla politica al mangiare oppure stanno a rilevare tutte le cose sbagliate che fanno i ragazzi. – Margot è il concentrato delle virtù – dice Anna. – È silenziosa, attiva, ordinata, irreprensibile, bella: fa bene tutto- Non sarai gelosa! – ride Peter. – No, no, voglio bene a Margot, ma non sopporto che mi si rimproveri a torto. Anna è molto cambiata, per la lunga reclusione; è diventata più matura, ma è pur sempre la ragazzina intelligente e precoce che non risparmia le sue critiche, che vive le inquietudini dell’adolescenza e si sente in opposizione agli adulti perché vuole affermare se stessa. Spesso si chiude ed evade nel sogno o si sfoga a scrivere ciò che sente nel «diario». Registra giorno dopo giorno quanto accade intorno a lei e dentro di lei e intanto costruisce la sua identità con una volontà tenace e sorprendente. Negli ultimi tempi Peter le è più vicino; anche lui si scontra spesso con i genitori, specialmente con la madre, superficiale e vanitosa. Oggi Anna è andata a prendere delle patate e si è fermata a chiedergli: – Che cosa studi? – Sto esercitandomi nella lingua francese. – Posso vedere la tua traduzione? – Oh sì, tu sei più brava di me. – Che farai, finita la guerra? – Andrò a vivere in una piantagione delle Indie olandesi. – Perché così lontano? – Non credo di avere di meglio da scegliere.
 E tu che farai? – lo voglio scrivere, ma prima devo studiare molto. Perché tu Peter non hai stima di te? Mi pare che tu abbia un forte senso di inferiorità. – Può darsi. Del resto non ho di che vantarmi.- Perché dici così? Conosci bene l’inglese, dimostri coraggio e sei anche un bel ragazzo. Qui si bisticcia sempre con gli adulti, si diventa tristi; ma quando sarà finito quest’inferno, la vita ci sembrerà diversa. Perché non ci aiutiamo? – Mi farebbe molto piacere parlare.– Possiamo anche studiare, confrontarci, vuoi? – Volentieri. – Potremo almeno sfogarci; sarebbe un sollievo, non credi? – Tu mi aiuti già molto. – Davvero? E come? – Con la tua gaiezza. Peter l’accarezza. – Devo scendere – si affretta Anna – altrimenti non si mangiano patate. E felice, sa che nell’alloggio ora ha un amico. Per gli otto rifugiati, dire «alloggio segreto» non significa soltanto vivere la privazione della libertà, la reclusione, la paura di essere scoperti e uccisi, ma innumerevoli altre cose quotidiane: limitazioni sofferte in silenzio e rassegnazione, con la fragile speranza di sfuggire alla cattura. Uno dei grandi problemi del nascondiglio è il mangiare, esigenza che deve essere soddisfatta per sopravvivere. Prima della fuga Frank e Van Daan avevano acquistato alla borsa nera due sacchi di fagioli, patate, barattoli di verdura, carne da conservare in salsiccia. Ma la guerra, continuando oltre le previsioni, fa scarseggiare i cibi per tutti e, per quanto si studino economie, le scorte diminuiscono a vista d’occhio. Per fortuna, gli amici fanno miracoli: procurano carte annonarie, riescono ad acquistare viveri da conoscenti. In cucina si procede per «cicli alimentari»: ora è il tempo delle patate e delle barbabietole. C’è stato il periodo dell’indivia, e prima quello degli spinaci, e delle rape, dei cetrioli, dei crauti, dei pomodori. Per giorni e giorni, a pranzo e a cena la stessa cosa, cotta magari in modo diverso. Se il fatto si prolunga, quando si è seduti a tavola succede che scoppino malumori che sfociano in scenate spiacevoli. Margot è l’unica a non interferire e a mangiare pochissimo.
 La signora Van Daan interviene invece spesso:  – La verdura è buona, fa bene. Margot è pallida, mangia poco.- Non c’è da scialare – risponde infastidita Anna – visto che qualcuno mangia di più.- Sei un’impertinente – si arrabbia la signora. – Che vorresti dire? Si scatenano discussioni inutili, stupide osservazioni e quindi musi lunghi. Se non si litiga, i Van Daan, invadenti come sono, cercano di creare un clima gioviale. Lui non tace mai, sa tutto, parla di tutto, si serve per primo, prende le parti migliori. Lei, forte del fatto che cucina, coglie l’occasione per fare sfoggio della sua saggezza e” civetteria. In realtà è attiva, ma anche pettegola e trova sempre il modo di scatenare disaccordi tra Anna e la mamma. Anche la mamma di Anna lavora molto: riordina, lava, non si perde in chiacchiere. Il babbo, Pim, come lo chiama Anna, è generoso e cerca di mantenere il suo equilibrio. Prima di servirsi domanda sempre– Ce n’è per i ragazzi? Si son dovuti stabilire degli orari rigidi, per non farsi udire. Alle nove, la colazione: pansecco e surrogato. Pranzo alle tredici e cena quando gli uffici sono deserti. Al momento del pranzo, spesso salgono a mangiare insieme Miep, Elli, Kraler e Kophuis. Con loro si commentano i radiocomunicati della B.B.C. Ci sono momenti belli in cui si trova la forza di sorridere. Anna è la più giovane, è allegra e riesce sempre a scherzare, quando tutti insieme, attorno al tavolo, puliscono le verdure, sbucciano le patate, sbaccellano i piselli, ripuliscono i fagioli dalla muffa… E ci sono le feste, i compleanni con lo scambio di piccoli doni, di letterine, di graziose poesie. – Come ricorderemo questo tempo! – dice qualcuno di tanto in tanto. Anna è veramente ricca d’immaginazione e ha trovato un altro interesse per non annoiarsi. Si esercita in passi di danza ed esegue movimenti per recuperare scioltezza.
Tra poco sarà il compleanno della mamma e le farà una sorpresa: animerà la festa con un balletto dedicato a lei. Ha già un costume ornato di nastri, ricavato da una vecchia sottoveste. Il signor Kraler le ha portato dello zucchero, così potrà preparare anche un dolce. Il che farà esplodere di gelosia la Van Daan. Ci si scontra più spesso per piccole cose, perché tutti oramai sono all’ estremo della sopportazione. Non si può vivere sempre chiusi, separati dal resto del mondo, con la tremenda paura della morte, dipendendo in tutto dall’aiuto di amici che potrebbero subire le peggiori rappresaglie! E’ già arrivato un nuovo anno: 1944! Un tempo così lungo ha esasperato i rapporti di Anna anche con i familiari, soprattutto con la mamma di cui rifiuta il modello. «Se Dio mi concederà di vivere – pensa – arriverò dove mia madre non è arrivata, non resterò una donna insignificante, lavorerò nel mondo e per gli uomini! » L’adolescenza è un periodo critico anche in situazioni normali, ma nelle condizioni in cui sono costretti Anna, Peter e Margot diventa inaccettabile. Se non bastano i genitori, c’è anche Dussel a far notare ciò che è sbagliato e inopportuno. Anna, come tutti i ragazzi, è un fastello di contraddizioni! Il babbo e Margot cercano di farla riflettere: – Un tempo la mamma era ricca, non aveva i problemi che ha ora. Certamente le ristrettezze, i sacrifici, le paure devono averla molto cambiata.Come può essere serena e disponibile, povera mamma? Il babbo è buono, ma neanche lui può dare ad Anna ciò che le manca. Per costruire se stessa, la sua autonomia, ha bisogno di staccarsi dalla famiglia, di fare molte esperienze, di conoscere la realtà, di avere altri rapporti. Il nascondiglio, l’isolamento, la vicinanza continua rendono tutto più difficile. Anna scrive nel suo diario: «Mi rendo conto che, nel ’42, quando sono venuta qui, ero una ragazzina impertinente, viziata, sincera ma irreale. Quel tempo ormai è chiuso. Prima la vita era radiosa, poi qui il capovolgimento: bisticci, osservazioni… La realtà è che sono cresciuta. A volte le prende una grande tristezza: si sente sola, trattata ingiustamente, avversa a tutti. Altre volte è fiduciosa, serena, disponibile con tutti e si domanda come può essere così dura nel giudicare la mamma, nel darle dolore e farla piangere. E cerca dentro di sé le ragioni che sembrano tanto gravi e che invece fanno parte della vita. Anna è veramente cresciuta, ha imparato a guardare nella realtà delle cose e nelle persone.
 Ogni giorno partecipa intensamente al dolore di milioni di uomini, donne, bambini, condivide le durezze della guerra; ha paura per sé, per i suoi, per gli amici. E, nonostante tutto, riesce a conservare la capacità di amare e la speranza di un tempo in cui gli uomini torneranno ad essere buoni. La domenica di Pasqua alle nove e mezzo di sera, Peter chiama il signor Frank: – I miei genitori non riescono a tradurre un brano, può venire?  Anna e Margot si guardano incredule. Peter non vuole spaventarle, ma c’è qualcuno che sta forzando la porta del magazzino. Non è una novità; spesso i ladri fanno visita alla Kohlen & Co. e ogni volta il terrore di essere scoperti aumenta. Tutti sono tesi e stanchi per quella prigionia prolungata… Le ragazze, con la mamma, salgono dai Van Daan e gli uomini scendono ad aspettare. Si ode un forte colpo. Tutte le luci sono spente. Peter si fa coraggio e scende per cercare di capire: lo scaffale girevole dietro cui è nascosto l’ingresso al «rifugio segreto» è accostato e riesce a vedere la porta del magazzino. Un pannello è stato rotto e i ladri sono intenti ad allargare il buco per irrompere. Peter fà un cenno e Van Daan d’improvviso con tutto il fiato grida: – Polizia! Polizia! I ladri si danno alla fuga. Gli uomini del «rifugio» tentano di rimettere il pannello nella porta rimasta col buco… ma da fuori qualcuno lo fa cadere. Passa una coppia, guarda dentro con una pila: ai rifugiati non resta che fingere di essere i ladri! ­ – Ora certamente la coppia avvertirà la polizia! – dice Peter. – Che cosa facciamo? – domanda Dussel.–  È festa, – risponde Frank. – Qui non verrà nessuno per due giorni. Si dovrà restare con l’angoscia della perquisizione per tutto quel tempo? Nascondete la radio! – dice la Van Daan – Se ci scoprono, addio…
Troveranno anche il «diario» di Anna – dice la mamma. – Bisogna bruciarlo – consiglia una voce. – No, il mio «diario» no! – protesta Anna. – Non diciamo sciocchezze – interviene Frank – se ci scoprono… siamo ebrei e tanto basta! Smettete di pensare al peggio, bisogna avere coraggio! La notte non passa più. Trascorre nel silenzio interrotto da sospiri.  Per lo spavento è venuta a tutti la dissenteria ed è un altro problema, perché non si può scendere a vuotare la latta di fortuna. Finalmente, alle sette del mattino, dal telefono dell’ufficio si chiama Kophuis per avvisarlo. Con la scusa di portar da mangiare al gatto del magazzino, arrivano Elli, Miep e Henk, che riferiscono gli sviluppi del fatto. La guardia notturna ha avvertito la polizia. Henk dichiara che anche lui andrà a deporre, per avvalorare il fatto e stornare i sospetti dal «rifugio». Dirà anzi che non è stato rubato nulla, per evitare che facciano sopralluoghi. In quanto alla coppia che aveva spiato dentro, si tratta d’un fruttivendolo e di sua moglie, che abitano poco lontano. – Quello deve supporre già molte cose – interviene Miep. – Però siamo certi che non parla – Anche questa volta il peggio è passato!  Ma la paura della notte, l’insonnia e i disagi conseguenti non si cancellano facilmente: tutti hanno nello sguardo una dolorosa incertezza.

Anna sogna il Futuro

È un giorno di sole, uno di quei giorni che si vorrebbe godere all’aperto. – Quando potremo finalmente uscire? – chiede Anna. – Le notizie sono buone – risponde il babbo. – L’Italia ha aperto gli occhi e condannato il fascismo. La Germania ora è sola contro tutti. – Però l’antisemitismo si è diffuso – lamenta van Daan. – La colpa è dei nazisti – sottolinea Frank. – Perseguitano chi ci aiuta e ogni gesto di resistenza ebraica scatena su tutti la crudeltà tedesca. – Papà, anche noi dovremo lasciare questo paese che prima ci ha accolto ed ora ci volta la schiena, succube del nazismo? – Non bisogna credere alle voci… Pensiamo alla pace…
 – Che cosa vorreste fare, appena fuori di qui? – domanda Peter. – lo vorrei fare un bagno caldo completo – esplode Margot. – Anch’io! – aggiunge van Daan – Un bagno lunghissimo! – lo vorrei cercare mia moglie Lotte – dice Dussel. – lo non so – dice Anna – proverei una tal felicità da non sapere che fare. – Ma che cosa desideri più di tutto? – insiste Peter. – Una casa mia, la libertà, tornare a scuola, essere aiutata nel mio lavoro. Ebrea o non ebrea io sono soltanto una ragazza che ha voglia di vivere… Ho bisogno di essere allegra, io. La signora Van Daan è intenerita: – Hai ragione, piccola Anna. Presto finirà quest’incubo. Sono certa che ci , sarà l’invasione del continente. Il marito la contraddice e cominciano a bisticciare. Ognuno torna alle proprie incombenze. Peter insiste, con Anna: – Che cosa vuoi fare dopo? – Studiare, crescere, lavorare molto: ho tanto da imparare. Andrei volentieri un anno a Parigi e un anno a Londra per studiare le lingue e storia dell’arte. Vedere il mondo e fare esperienze… – Quanti programmi! Quasi t’invidio… – Perché, tu non sogni mai? lo coltivo tanti sogni e spero proprio di realizzarli. Dopo la guerra voglio pubblicare un libro dal titolo «Het Achter­huis» (Il rifugio). Voglio diventare celebre; voglio continuare a vivere dopo la mia morte… – Continua a parlare – l’invita Peter.
– Mi piace. – Se non mi prendi in giro, ti dirò quello che ho scritto nel «diario». – Perché dovrei? – Senti, allora: sono giovane e vivo questa grande avventura: non posso passare la giornata a lamentarmi, se ci sono in mezzo! Sento che la mia mente, giorno dopo giorno, matura, che la liberazione si avvicina, che la natura è bella, che la gente attorno a me è buona, che quest’avventura è interessante… Perché dunque dovrei disperarmi? Peter non sa dire che:– Anna! Sei forte.  Le sirene hanno dato l’allarme. La città si è svuotata. La gente si è nascosta nei rifugi antiaerei, ma gli otto rifugiati non possono muoversi. Stanno col fiato sospeso nella speranza che si tratti di un falso allarme. Ma quando il rombo degli aerei si fa prossimo, non resta che pregare d’essere risparmiati. Gli spari della contraerea infittiscono e si mescolano ai boati delle esplosioni. Un bombardamento aereo è sempre un fatto spaventoso e terribile. Non si fa l’abitudine alla paura delle bombe! Anna non riesce proprio a superarla. Durante la notte, poi, i bagliori, gli scoppi, i sibili ingigantiscono ,e si fanno terrificanti. Sul punto di urlare, Anna si stringe ai genitori. – Papà, accendi la candela, ti supplico! – Non è possibile, lo sai. Devi avere coraggio, Anna!
– lo ho tanta paura in questo buio!  La mamma s’impietosisce e corre ad accendere una candela. Con la luce pare d’essere più sicuri. Anna si stringe al petto la sua valigetta, pronta, nell’eventualità di un’improvvisa evacuazione, a fuggire… Soltanto una volta ha avuto il coraggio di affacciarsi alla finestra e di seguire un duello aereo tra tedeschi e alleati.Le accadde di vedere un aereo canadese colpito precipitare e i piloti calarsi col paracadute. Anna non è la sola ad avere paura delle bombe; tutti ne hanno e non la nascondono. Accade di essere intenti a qualcosa, di non avvertire l’urlo delle sirene e ci si trova in piena apocalisse! Il cielo si oscura, la casa trema, i vetri sembrano cadere in frantumi. Il19 luglio 1943 Amsterdam è stata devastata: non si contavano i morti; gli ospedali non contenevano più i feriti e sulle macerie fumanti si aggiravano disperati, impazziti i sopravvissuti. Subito dopo, un altro giorno di fuoco: il 26 luglio. Il primo allarme suonò all’ora di colazione; il secondo alle 14. Van Daan chiamava perché si salisse in solaio a guardare l’attacco al porto. Il bombardamento durò mezz’ora. Dalle banchine si levavano gigantesche colonne di fumo denso, una nebbia grigia e carica di odore di bruciato gravava sulla città e penetrava dappertutto. All’ora di cena un altro allarme. Non si era ancora spenta la paura e di nuovo le sirene annunciavano l’arrivo degli incursori. Una moltitudine di aerei oscurava il cielo: coi motori urlanti scendevano in picchiata sulla città, scaricavano tonnellate di esplosivo, riprendevano quota. Nei bagliori degli incendi, Amsterdam appariva e scompariva, mostrando squarci fumanti orribili. La guerra ha riportato gli esseri umani alla primitiva barbarie. Il 25 maggio è stato arrestato il verduraio che abita vicino al «rifugio». Teneva nascosti in casa due ebrei.
La polizia li ha scoperti forzando una porta… La notizia porta un gran turbamento nel «rifugio segreto» dei Frank. Si sta per cedere alla stanchezza, alla disperazione. – Perché gli uomini non possono vivere in pace? A che serve la guerra? – chiede van Daan.  – Se cercassero la risposta forse non lo farebbero più! – risponde Frank.  – Non credo che la guerra sia colpa dei capitalisti, dei grandi, dei governanti responsabili del nostro destino; no, anche la gente minuta – continua Anna -la fa altrettanto volentieri, altrimenti i popoli si sarebbero rivoltati da tempo. Nessuno ha più voglia di parlare. Ma Anna, quasi ispirata, riprende: – C’è negli uomini un impulso alla distruzione, alla strage, all’assassinio, alla furia e finché l’umanità non avrà subìto una grande metamorfosi, ,la guerra continuerà a imperversare. L’umanità dovrà sempre ricominciare da capo, a ricostruire sulle distruzioni da lei stessa provocate. È sopraggiunto il caldo estivo. Si mangia poco e malissimo. La fogna è ostruita e non si può usare l’acqua. Due anni sono troppo lunghi anche per Miep e Kraler, che devono fare ogni giorno tante cose e non possono mai dimenticare «l’alloggio segreto» dei Frank. C’è qualcosa che rende molto tesi. Oltre la stanchezza, il bisogno di libertà, la paura, la fame e un amaro presentimento che sembra incombere su loro… I discorsi e gli umori vanno e vengono, ma la tensione è aumentata. Si odono rumori e passi insoliti nel magazzino. Qualcuno ha scoperto il nascondiglio o sospetta che ve ne sia uno? Una sera, verso mezzanotte, Frank dice: – C’è qualcuno. Non ho dubbi! Di sopra, anche i Van Daan confermano. Si dorme tra mille timori. Nel cuore della notte, tutti si alzano e stanno col fiato sospeso in ascolto. Si distingue bene il rumore di qualcuno che sta armeggiando intorno allo scaffale girevole che dà sul «rifugio» – Chi sarà che viene a curiosare?- Qualcuno certo che odia gli ebrei o che vuol guadagnare la taglia che i tedeschi hanno promesso ai delatori: sette fiorini olandesi per ogni ebreo denunciato.  Miep ed Elli, e tutti gli amici, sono sempre stati prudenti, ma si sono accorti che il magazziniere V.M. ha l’aria di uno che la sa lunga.
 – Indugia all’uscita con la scusa della bicicletta e guarda con sospetto ogni nostro movimento – osserva Elli. – È malfidato e curioso; non si lascia menare per il naso – aggiunge Miep. – Coi vostri sospetti vedete nemici dappertutto – interviene Kraler. – Non c’è da meravigliarsi – si giustifica Miep. – La guerra ha mutato gli uomini. Persino i bambini hanno imparato l’odio. Ognuno cerca di arrangiarsi, anche a costo di fare del male agli altri.

Mani in Alto!

Il 14 agosto, nell’alloggio la sveglia suona come sempre alle sei e trequarti. Uno dopo l’altro cominciano i turni al servizio. Lentamente si anima la strada di sotto. Arrivano i rumori e le voci di quanti riprendono il lavoro. Sulla Prinzengracht camminano quattro uomini con l’impermeabile, che hanno l’aria di essere degli agenti di polizia. All’altezza della ditta c’è un altro uomo sulla quarantina, che sta fumando un sigaro. Non appena i quattro gli sono vicini, fa loro un cenno con il capo come per dire: «È qui!». Attendono un attimo, poi entrano insieme nel vecchio palazzo. In ufficio c’è il signor Kraler. Si fa avanti uno e si presenta: – Sono un maresciallo della Gestapo! – Vogliamo vedere i magazzini – ingiunge subito un secondo poliziotto, anche lui, come i suoi colleghi, armato, ma in divisa della polizia nazista olandese. . Kraler li accompagna. Guardano intorno, girano, osservano. Esaurita la visita, il titolare spera sia tutto finito, ma il maresciallo prosegue nel corridoio e giunto in fondo davanti allo scaffale girevole ordina di aprirlo. – E’ soltanto uno scaffale! – si difende Kraler. Gli agenti estraggono la pistola, il maresciallo lo spinge da un lato, dà uno strattone allo scaffale che gira sui cardini e lascia scoperta la porta. – La apra! – comanda; poi fa cenno a Kraler di salire, puntandogli la pistola alla schiena. Sola, sgomenta, la signora Frank, appoggiata al tavolo, lo vede salire.  In fila, i Van Daan, i Frank, Dussel compaiono tutti.
Il tedesco comanda secco – Mani in alto! Gli otto ebrei obbediscono ammutoliti, pallidissimi in volto, per i due anni di buio, attoniti per l’amara certezza – Cinque minuti per prendere qualche indumento! Gli uomini della polizia perquisiscono intanto l’alloggio. Il maresciallo è glorioso: non è stato uno scherzo dei tanti. Il magazziniere sapeva bene le cose. Nessuno parla. Gli agenti vanno avanti e indietro, saccheggiano il nascondiglio. Gli otto raccolgono in fretta qualcosa. Anna ha in mano lo zaino: butta dentro vestiti, libri, quaderni… Uno cade sul pavimento o ve lo lascia cadere, confuso tra fogli già visti. Gli incubi,  paure, le angosce di giorni e di notti hanno preso corpo, sono li in quella piccola fila umiliata di ebrei dignitosi. I nazisti, coi loro gesti violenti, cancellano ogni segno di vita, ogni traccia di umano calore. Di quella dolorosa esperienza rimane soltanto un quaderno, confuso tra le carte sparse dall’ira: il «diario» di Anna. Appena fuori, gli amici vengono spediti al grande campo di Westerborg, costruito nella Dreute per lo smistamento degli ebrei. Anna non aveva sognato di uscire in quel modo dal nascondiglio. L’arresto, il campo di concentramento rientravano molte volte nei discorsi suggeriti dall’incertezza, dalla stanchezza, eppure la mente li aveva sempre rifiutati come possibilità concreta. Incredula, si accinge a percorrere il calvario provato ogni giorno da migliaia di vittime; scopre e fa sua l’angosciosa esperienza di tanti amici compianti.  A Westerborg, una moltitudine di prigionieri senza distinzione è ammassata in una promiscuità rivoltante, con un solo lavatoio e pochissime latrine. Spogliati dei loro abiti, rivestiti di una tuta blu, con gli zoccoli di legno, sono assegnati ad una delle baracche lunghe trenta metri per dieci, in cui sono costretti trecento ebrei. In quella massa di esseri umani, spogliati dell’individualità, essi riescono ancora a farsi notare per l’estremo pallore del volto. – Non si deve pensare che a resistere! – è il pensiero di tutti. Ma sono entrati in balìa del male. Ogni evento dipenderà dal meccanismo spaventoso, preciso, inflessibile dell’organizzazione distruttiva, studiata dai nazisti per l’ «assassinio in serie». – Non perdiamo la forza di resistere! – incoraggia Frank. La sveglia è alle cinque, il lavoro è durissimo, il cibo scarso e cattivo. Anna e Peter sono giovani e trovano conforto nella loro amicizia, nel tentativo di darsi aiuto.
Nei momenti di pausa, si muovono per il campo sempre insieme. La mamma non parla, ripiegata in se stessa lava e rilava i pochi indumenti della famiglia. Le stanno vicino, ma nessuno riesce a scuoterla. Il 25 agosto nel campo corre una notizia: «Parigi è libera!» e si riaccende la speranza. Ma il 2 settembre mille ebrei sono scelti per una destinazione ignota. Fra loro ci sono gli otto amici. Lasciano Westerborg, l’Olanda, su un lungo treno di carri-bestiame, caricati di settantacinque persone per vagone. Viaggiano stipati peggio delle bestie, senz’aria, con un po’ di acqua e di pane nero, senza mai una sosta. Alla terza notte il convoglio si ferma. Si aprono i vagoni e nel buio le voci dure e metalliche delle S.S., che corrono avanti e indietro sulla banchina della stazione, ordinano di uscire dai carri – Fuori, presto, fuori! Le luci dei grandi proiettori illuminano una scena desolante. Le ombre incerte dei prigionieri vacillano, indebolite dal viaggio, dal digiuno, dal terrore. Dai primi carri, come un soffio, arriva un nome: «Auschwitz»! Un brivido di freddo, pietrificati, gli ebrei restano fermi in un silenzio nero, rotto soltanto dagli urli disumani delle guardie e dell’abbaiare dei cani. Una voce distinta grida imperiosa dall’altoparlante:- Uomini a destra, donne a sinistra. Nemmeno il tempo di dirsi addio. Sospinti come foglie da un turbine, le donne voltano a sinistra, gli uomini a destra. Anna gira il capo a salutare il babbo e Peter. Trascinati dalla fila, sono già scomparsi, inghiottiti dal buio. Stringe la mano a Margot che trascina la mamma e sente che il cuore le manca. Le donne camminano a lungo nella notte. Con un’indicibile angoscia per la separazione, per la fatica e la tremenda incertezza, raggiungono il Blocco 29 di Auschwitz-Birkenau. Anna, Margot e la mamma sono assegnate alla stessa baracca.  Conoscono subito Auschwitz.
 Dietro al doppio recinto di filo spinato ad alta tensione, interrotto dalle torri di guardia con le sentinelle armate di mitra e di mitragliatrici, si stende una fila interminabile di «blocchi» di mattoni per polacchi, ebrei, zingari e prigionieri di guerra sovietici. All’ingresso principale sta una grande scritta: «ARBEIT MACHT FREI». Il lavoro rende liberi. Uno dei capi del campo, Fritsch, assistente del terribile Grabner, accoglie i nuovi arrivati: – Vi avverto che non siete venuti in un ospedale, ma in un campo di concentramento tedesco, dal quale non si esce che per il camino. Se non vi piace è meglio che vi gettiate contro i fili dell’alta tensione. Il comandante delle S.S., RudolfFranz Ferdinand Hoss, coadiuvato da S.S., e da personale scelto tra delinquenti comuni, ha fatto di Auschwitz il campo esemplare. La distruzione vi è ordinata scientificamente in una feroce successione di lavoro, di fame, di punizioni d’ogni genere, di malattie e di gassazione. Anche Anna, come tutte, è registrata. Le vengono confiscate le cose personali, le è assegnato un numero, tatuato sul braccio. Rasati i capelli a zero, magra nel sacco grigio che la riveste, sembra ancor più bambina. Le cuciono una striscia gialla sul triangolo che distingue i prigionieri ebrei dagli altri ed entra nell’ ordine ferreo del Lager.
 Capisce presto che aver lasciato insieme mamme e figlie è una sottile crudeltà, per farle soffrire maggiormente alla vista del dolore reciproco. Anna sfrutta questa scelta obbligata con la sua abilità e con i mezzi che le sono possibili. I suoi grandi occhi sanno ancora sorridere.- Finirà tutto, mammina, vedrai; riusciremo ad andarcene da qui. Gira di nascosto nel campo e sempre trova qualcosa di utile: uno straccio per coprirsi, un po’ d’acqua per la sete di quell’inferno – Mamma, bevi… La mamma rifiuta. – Bevi, io ho già bevuto. Se Margot posa le labbra sulla tazza poi anche lei beve come una bambina che si fa imboccare. La mamma è ammalata dentro, si è lasciata andare. – Dobbiamo essere forti; il papà ha detto che non dobbiamo cedere.
Quando al ritorno dal lavoro Anna vede un gruppo di bambini ungheresi seduti sotto la pioggia che aspettano il turno per entrare nelle camere a gas non riesce a trattanersi:– Non è giusto, non è giusto! Si ferma a guardarli negli occhi, vorrebbe strapparli alla morte, ma non può  far altro che piangere senza nascondersi più.

 

Dirsi addio nei Lager

Mai sarà possibile cancellare l’orrore e il dolore di quel luogo chiamato Konzentrationlager. Lì si conoscono le cose più dure che l’immaginazione possa concepire: la fatica disumana delle marce nel gelo, sotto la pioggia, gli appelli di giorno e di notte, la sete, la fame, il terrore delle punizioni…
E l’odore del fumo dei corpi di quelli uccisi a diecimila al giorno, caricati sistematicamente su un ascensore che, senza sosta, li trasporta al crematorio. L’aria è appestata dall’odore di carne bruciata. Non ci sono eccezioni: uomini, donne, bambini. A nulla servono i tentativi delle madri di nascondere i piccoli. Anche i neonati vengono scoperti e gettati nelle camere a gas. Birkenau è famosa per le punizioni. La punizione è esercitata pubblicamente, all’appello serale, con una frusta di cuoio sulla pelle nuda. Serve di lezione a chi vede. Anche lo stare in piedi sull’attenti o in ginocchio con le braccia tese a reggere una grossa pietra per lunghi periodi è una punizione visibile; ma ce ne sono altre somministrate nelle Stehzelle. Celle piccolissime, dove si è costretti a stare in piedi, con porte basse come quelle dei canili, senza cibo, con un’arsura indicibile, dopo aver subìto torture innominabili. L’unica forma di fuga possibile è il suicidio contro i fili spinati percorsi dall’alta tensione o sotto i tiri delle sentinelle del campo.
 Anna conosce questo mondo. Continua a resistere, a lottare per vivere, a confortare chi le sta vicino. La sua pena più grande è quella di vedere la mamma così depressa, così malata. – Povera mamma! – dice tante volte a Margot Non possiamo fare niente per aiutarla. Sono trascorsi quasi due mesi. La sera del 30 ottobre, al Blocco 29 c’è una selezione per il trasferimento di un gruppo di prigioniere al campo di Bergen Belsen. La notizie riescono a trapelare e nel blocco c’è agitazione Le guardie fanno uscire le donne per passarle in rassegna. Tutte in fila si aggiustano gli abiti, si lisciano il volto, i capelli. Cercano di riordinarsi per cancellare i segni della stanchezza, della debolezza. Chi è malato, vecchio, senza forza è scartato. Non gli resta che l’attesa, unica possibilità in quel luogo di morte. Ad una ad una fanno passare le prigioniere sotto un riflettore per giudicarle. Passano Anna e Margot e la voce ripete: – Questa sì! Questa sì! Si mettono in fila e aspettano che sia chiamata la mamma. – Questa no! Disperata, lei grida: – Mio Dio! Le bambine, no! Non portatemi via le mie bambine! Il dolore la fa impazzire. Possono appena toccarsi le mani, dirsi addio per sempre. Il viaggio verso Belsen è lungo. Anna e Margot non riescono a parlare.
 La capacità di sperare è troppo provata. Bergen-Belsen si trova nella Germania del Nord, sulla strada da Celle ad Amburgo. Il campo è comandato da Joseph Kramer, un esperto dirigente di Lager, proveniente da Auschwitz.  I suoi collaboratori, come in tutti i Lager, sono membri delle S.S. ed ex delinquenti comuni presi dalle prigioni. Qui non ci sono camere a gas, ma i prigionieri muoiono a migliaia ugualmente, per fame, per malattie causate dalla mancanza d’acqua e dalla sporcizia. Dovunque si guardi, lo squallore è indescrivibile. Nelle baracche si affollano persone denutrite, malate, sfatte, da metter paura. Vivi, malati e morti si confondono in un odore abominevole. Fuori da una baracca c’è un mucchio di morti, appena sfiorato da un po’ di calce e di terra – Ad Auschwitz chi moriva, almeno spariva subito – dice una donna. Anna e Margot si prendono per mano, a sostenersi. – Dobbiamo resistere! – sembrano dire le mani di Anna. Ma tutte e due capiscono che è sempre più difficile lottare.A Belsen non c’è appello, né distribuzione ordinata di cibo. Si trovano precipitate davvero nell’inferno. – Forse si tratta di un altro metodo di sterminio – riflette Margot. Ne sono la prova le fosse comuni intorno al campo. – A Belsen c’è Lies! – dice Anna, che ricorda le informazioni di Elli. Lies Goosens, la cara compagna della scuola ad Amsterdam, viene a sapere che sono arrivate al campo delle prigioniere olandesi.
 Un giorno Anna riceve un messaggio che le fissa un incontro con l’amica. Lies è nell’altro blocco, ma facendo attenzione, di sera, si può sfuggire alla sorveglianza e vedersi dietro il reticolato. Anna è turbata e felice. Quando esce dalla baracca è buio e tira un vento gelido. Riesce a raggiungere il punto indicato e chiama sottovoce: – Lies, Lies, dove sei? – Anna, Anna cara, sono qui! Nell’oscurità i loro occhi s’incontrano, si riconoscono, piangono. Si dicono in fretta le loro vicende. Come appare lontano e irreale il tempo spensierato della scuola Montessori! – Ci rivedremo, Lies! – Oh, sì, Anna! Ho ricevuto un pacco dalla Croce Rossa e ti ho portato qualcosa. Attenta, ti butto un golfino, un biscotto e un po’ di zucchero. – Grazie, Lies! – Attenta, lo butto. Anna si alza sui piedi, con le mani protese al reticolato. Un attimo di silenzio e poi il pianto disperato: – Me l’ha preso una donna, me l’ha preso e non me lo vuole più dare… – Non piangere Anna, ci rivedremo.
 L’inverno a Belsen è spaventoso e duro. La fame e la sete rendono ogni rapporto impossibile. Chi non si abbandona ad aspettare la morte nella cuccetta, nei corridoi o in mezzo al campo, cerca di sopravvivere in ogni modo, rubando. Nessun segno d’amore è rimasto, nessun rispetto. Solo chi è vissuto là dentro può sapere la, degradazione di quel luogo, perché nessun documento potrà mai testimoniare una realtà tanto tragica. Anna guarda Margot dimagrire, pallida, senza più coraggio e senza forza. Le dice pietose bugie, le porta qualcosa da coprirsi, va in cerca di aiuto per lei. Ma chi mai lì dentro risponde alle domande d’aiuto? Non c’è un servizio sanitario, non ci sono latrine, la baracca è sporca di tutto e il tifo petecchiale si diffonde paurosamente.
 Margot non la segue più. Non riesce ad ascoltarla. Ha già i segni gravi del male. Anche Anna è molto cambiata, ma alla sera, qualche volta, ha il dono di un sogno che la riporta indietro nel tempo. Il sonno le nasconde le immagini, le voci, il dolore, persino gli odori della baracca. Rivede i giorni di Amsterdam. Ritrova il babbo, il suo caro Pim, la mamma e anche Peter… Le pare di essere a scuola, al liceo con i suoi compagni. Oppure in casa, a discutere con Margot e con la mamma. Una notte sogna d’essere in un prato fiorito e c’è anche Moortje il suo gattino che sbuca da un cespuglio. Saltano e corrono insieme… Il giorno è così chiaro che si vede il mare…

 

Nulla di Simile

Nella primavera del 1945 finisce la guerra con la sconfitta della Germania. I nazisti hanno preparato i piani per la distruzione completa dei Lager e per la liquidazione dei prigionieri sopravvissuti. Il mondo non deve conoscere le infamie compiute, soprattutto nei campi di sterminio. Ma le forze alleate schiacciano i tedeschi con una rapida avanzata su tutti i fronti e i piani vengono attuati solo in parte. Quando si spalancano i cancelli dei Lager appaiono al mondo in tutto il loro orrore le prove dell’incredibile sorte subìta da milioni di esseri innocenti. I campi, le baracche, le celle, i forni, le fosse, i muri, la terra, dovunque si guardi mostrano la più terrificante organizzazione della tortura e della morte prodotta dal razzismo.
Ad Auschwitz, nel gennaio 1945, quando il rombo dei cannoni russi riecheggia in Polonia, tra le S.S. corre il timore che l’esercito sovietico possa liberare i prigionieri. Subito undicimila ebrei devono raggiungere a piedi altri campi di sterminio in Germania. Otto Frank è nell’ospedale del Lager e vi resta perché nessuno lo chiama. Nell’interminabile marcia sono morti quasi tutti per la fatica, la fame, il freddo; anche Peter. Appena arrivano i russi, Frank è condotto a Kattowicze e di lì a Odessa. Imbarcato su una nave può tornare in Olanda.  Alla ditta Kohler & Co. sono ritornati anche Kraler e Kophuis  – Quante cose da dire…  – Come ho pensato a voi – dice Frank emozionato. – Potevate morire per noi, per averci aiutato. – Non ci siamo pentiti di quello che abbiamo fatto.- Signor Frank – dice Elli – dobbiamo consegnarle un quaderno…
– Le lacrime le rigano il volto. – Miep, glielo dai?– Lo abbiamo trovato nell’alloggio abbandonato tra le carte in disordine, dopo la perquisizione della Gestapo. – È il «diario» della mia bambina; è il diario di Anna – esclama Otto Frank e non ha più parole.      Anche a Belsen in primavera viene la pace con le truppe inglesi. – Sono stato medico per trent’anni – dice il generale Glyn Hughes – ed ho visto tutti gli orrori della guerra, ma non ho mai visto nulla di simile.
 Ci sono intorno tante colline al sole e su qualcuna spuntano timidi ciuffi d’erba verde. Sono le fosse comuni.  Lì, insieme a migliaia di altre donne, sono sepolte Margot e la piccola Anna.

 

Il Diario di Anna

Quando Otto Frank resta solo, riprende il quaderno di Anna. «Non manco al rispetto della tua intimità, della tua segretezza – pensa dentro di sé – voglio restare un poco con te, ricordare, e ti leggo.» Sulla prima facciata Anna scrive: «Spero che ti potrò confidare tutto come non ho mai potuto con nessuno, e spero che sarai per me un gran sostegno. Anna Frank. 12 Giugno 1942». Quelle pagine sono un tesoro. «Che fortuna non averle perdute!» e le stringe al petto. Apre a caso una pagina. Anna parla di sé, della fatica d’esser capita, del cibo, dei ladri, degli amici Van Daan, di Dussel, di tutto e di tutti. «Papà, per fare un regalo a me e a Margot, ha svuotato uno schedario dell’ufficio e l’ha riempito di cartoncini. Sarà lo schedario dei libri; ci scriveremo tutte e due che libri abbiamo letto, da chi sono stati scritti e così via. Per le parole straniere mi sono procurata un quaderno a parte…»«Erano così brave, così attive e studiose! – ricorda il padre – Saranno ancora vive? Dove saranno?» «Ieri sera – dice Anna il 10 marzo – abbiamo avuto un corto circuito, mentre fuori sparavano ininterrottamente. lo non riesco a liberarmi dalla paura degli spari e degli aeroplani e quasi ogni notte vado nel letto di papà a cercar conforto. Sarà molto infantile, ma dovresti aver provato…» «Avevo paura anch’io – ammette ora il babbo – ma mi atteggiavo a un soldato coraggioso per rassicurarti.» «… da quattordici giorni sempre spinaci e insalata. Patate dolciastre lunghe venti centimetri che san di marcio… Mal ridotti veramente per ciò che riguarda il decoro…» Gli par di sentirla ridere dei suoi pantaloni sfilacciati, delle camicie di mamma e Margot e della propria, tanto piccola ormai da lasciarle la pancia scoperta. «La poesia scritta da papà per il mio compleanno è troppo bella perché io non te ne faccia parte…» «Quattordici anni; aveva quattordici anni ed era così felice di una poesia, di un libro dei miti di Roma e di Grecia.» Non riesce più a leggere in ordine; salta qua e là a distanza di mesi:  «Vago da una camera all’altra, su e giù per le scale, mi pare d’essere un uccellino a cui abbiano strappato crudelmente le ali e che nella tenebra più completa svolazzi contro le barrette della sua stretta gabbia. – Fuori, all’aria  fresca, e ridi! – mi grida una voce interiore.» Ora il dolore ha il sopravvento e Frank corre all’ultima pagina: «lo so precisamente come vorrei essere, come sono di dentro, ma ahimé, lo sono soltanto per me!» «Ora non più, ora sapranno tutti chi sei, mia cara piccola Anna!» Il 22 maggio 1944 Anna ha scritto: «lo amo l’Olanda, ed ho un  po’ sperato una volta che potesse servire da patria a me, senza patria, e lo spero ancora.» La speranza di Anna è in un certo modo soddisfatta. Anche se lei ora appartiene al mondo, l’Olanda rimane la sua patria adottiva. La regina ha ricevuto il padre e gli ha conferito l’alta onorificenza del suo paese, gesto diretto a ricordare la piccola scrittrice che ha fatto conoscere il dramma degli ebrei, ma anche quello dell’Olanda occupata e umiliata contro ogni legge internazionale e umana. Anna ha anche scritto nel suo diario:
«Voglio continuare a vivere dopo la mia morte! Perciò sono grata a Dio che mi ha fatto nascere con quest’attitudine a evolvermi e a scrivere per esprimere tutto ciò che è in me… lo devo, io devo, io devo…»  Il desiderio di Anna era talmente forte che si è avverato oltre la morte: è una scrittrice famosa. L’Editrice «Contact» di Amsterdam, nel 1947, per l’intervento di Otto Frank e dei suoi amici, pubblica il «diario» Retrocasa e forse ignora il vero valore della singolare testimonianza tanto più rara perché scritta da una adolescente.Ora il «Diario» è conosciuto in tutti i paesi: è stato tradotto in ogni lingua, persino in arabo e in cinese!  Si può dire senza esagerare che milioni di persone si commuovono ancora alla storia della sua famiglia, al calvario degli ebrei, raccolgono e fanno proprio il messaggio di pace e di umanità di Anna. Otto Frank si stabilisce definitivamente ad Amsterdam e opera instancabilmente perché le sofferenze della guerra e la spietata persecuzione degli ebrei non siano dimenticate.  Ha l’assicurazione dalla città che, nel piano regolatore della ricostruzione l’annesso, cioè l’alloggio segreto, sarà intenzionalmente rispettato a testimonianza della pietosa vicenda. Così l’edificio di Prinzengracht 263 completamente restaurato diventa la «Fondazione Anna Frank», un centro di attività dirette ai giovani, perché operino nel mondo a favore della pace e del progresso, come sognava Anna. Nel 1956 Frank accosta personalità di molti paesi e si adopera perché nel Centro si mettano le premesse alla costituzione di un «superstato» neutrale dove in caso di guerra possano trovare salvezza i minori del mondo di qualunque razza o nazione. «L’alloggio segreto» oggi è ancora come al tempo in cui Anna vi scriveva il diario. Scale e scalette riportano nelle vecchie stanze in penombra, con i grossi mobili d’ufficio e tappeti sbiaditi. Là dentro ritorna una grande emozione. Scompaiono le altre figure: si rimane soltanto con lei. E al di sopra di tutto, dell’ultima immagine del tragico agosto, del Lager, del suo sacrificio, rimane lo sguardo profondo di una ragazzina cresciuta al dolore, che ci insegna l’amore alla vita.

http://www.ilpaesedeibambinichesorridono.it/index.htm 

 

◦Biografia,i racconti, le poesie e le frasi di Paulo Coelho

sabato, gennaio 16th, 2010

 

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Nato da una famiglia borghese residente nel quartiere residenziale di Botafogo, Coelho sin da giovanissimo mostra una vocazione artistica ed una sensibilità fuori dal comune. Iscritto alla Scuola Gesuita San Ferdinando, Ne mal sopporta le regole – soprattutto l’Imposizione della preghiera – pur Scoprendo qui la propria vocazione letteraria: il suo primo premio letterario fu vinto infatti in un concorso scolastico di poesia.

Il suo rifiuto per Ogni regola di comportamento Che gli Venga imposta lo porta a Contrasti enormi con la madre, a detta di Coelho, fu lei Che lo fece ricoverare in un ospedale psichiatrico nel 1965 E nel 1966, Convinta Che le ribellioni del figlio fossero da imputare UNO una malattia mentale. In un successivo ricovero, nel 1967, Lo scrittore fu Sottoposto a Elettroshock in quanto, Egli narra, Voleva avvicinarsi al teatro, allora reputato fucina di Perversioni ed immoralità Dalla borghesia brasiliana.

Dopo un breve Periodo in CUI si dedicò agli studi di economia, per assecondare i voleri del padre, nel 1970 li abbandonerà per poi partire, nei successivi anni UNO causa, alla scoperta del mondo, questo tanto per Soddisfare il proprio Bisogno di esperienze – complice la sua completa immersione Nella cultura hippie del Periodo el’uso di droghe – Quanto al Evitare Il rischio di venire Internato Nuovamente. Nel 1971 conoscerà Raul Seixas, Poeta ribelle, DI CUI scriverà le presentazioni delle tre opere pubblicate tra il 1973 E IL 1976.

Con Seixas si unirà anche alla Società Alternativa, Organizzazione anticapitalista dedita uno pratiche di Magia Nera, E pubblicherà una serie di strisce satiriche a fumetti; questo li portera, nel 1974, Ad Essere arrestati come sovversivi brasiliana Dalla dittatura. Dopo l’incarcerazione ufficiale, Coelho ne subi una ufficiosa: fu rapito dai militari, trattenuto in una caserma e torturato per vari giorni, fino a quando non riusci convincerli UNO DI ESSERE PAZZO – E quindi Liberato.

Profondamente segnato da quest’esperienza, abbandonerà l’Attivismo politico e partirà per Parigi, nel 1980, Con sua moglie. Vi resterà un solo anno, per poi tornare in Brasile, trovare un lavoro provvisorio presso una televisione locale e divorziare. Nel 1979 reincontra una sua vecchia amica, Christina Oiticica, Che in seguito diventerà la sua seconda moglie.

Curiosità

Nel settembre 2007, ONU l ‘ha nominato Paulo Coelho venuto il nuovo messaggero della pace a fianco della Principessa Haya Giordana, del maestro argentino-israeliano Daniel Barenboim e della violinista giapponese Midori Goto. L’annuncio è Stato Fatto Durante la cerimonia di Commemorazione della Giornata Internazionale della Pace Nella sede dell’Onu di New York. Lui ha detto: “Accetto questa meravigliosa Responsabilitá e mi prefiggo di fare il massimo per Migliorare questa è la prossima generazione”. Tutti i Messaggeri della pace sono Presentati personalmente dal segretario generale delle Nazioni Unite, con base nel Loro lavoro in campi come l’arte plastica, la letteratura e lo sport e il Suo compromesso con gli obbiettivi dell’ONU

Le opere

Successivamente in Olanda Venne in contatto con una persona (il “J”, personaggio dei libri Vieni Valkyrias E Il Cammino di Santiago, Menzionato Nella dedica de L’Alchimista ( “A J., Alchimista, conosce Che DE Utilizza i segreti della Grande Opera”) E DI CUI parla nel Online Guerriero della Luce) Che ha cambiato la sua vita e ricondotto verso la Cristianità; Nel libro “Il Cammino di Santiago”, afferma di Essere diventato membro di un gruppo cattolico denominato RAM (Regnus Agnus Mundi), con J. venire Suo Maestro. Tuttavia, l’Esistenza del gruppo e il nome latino è incerta poichè i suoi libri sono l’unica fonte. INTRAPRESE nel 1986 Il Cammino di Santiago, Un pellegrinaggio La Rotta CUI Risale al Medioevo.

Paulo Coelho a Milano, nel 2000, alla presentazione di Veronika decide di morire

L’anno Dopo Pubblica il suo primo libro su questa esperienza, O diario de um mago (edito in Italia nel 2001 con il titolo Il Cammino di Santiago). In questo libro si trovano le prime tracce di Quello Che sarà il tema ricorrente della sua produzione: lo straordinario risiede nel cammino delle persone comuni.

Il successo del libro lo spingerà a scrivere L’alchimista, La sua opera di Maggior successo. Il libro vende Appena 900 copie Nella sua prima edizione, per poi esplodere nel 1990; L’alchimista Stato finora è il libro di Maggior successo mai scritto in lingua portoghese, Giungendo anche ad Essere inserito nel Guinness dei primati.

Nel 1994 Coelho pubblicherà poi Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto; Nel 1996 Seguirà Monte Cinque; Nel 1997 Sarà la volta de Il manuale del guerriero della luce, Una raccolta di pensieri filosofici estrapolati dai Suoi precedenti lavori.

Con Veronika decide di morire (1998) E Il diavolo e la signorina Prym (2000) Chiuderà la Trilogia “E nel settimo giorno …” iniziata con Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto; I tre libri parlano di una settimana Nella «Vita di tre persone comuni, costrette uno confrontarsi con l’amore, la morte e il potere in questo breve lasso di tempo e Dover Decidere del futuro della propria vita.

Nel 2000 Sarà la volta de Le confessioni del pellegrino, Un Seguirà CUI Undici minuti (2003)

Il 2005 E l’anno de Lo Zahir, Un grande successo editoriale.

Il 2006 E l’anno de Sono venuto Che scorre il fiume, Pensieri e riflessioni 1998-2005 (2006), è una raccolta di aneddoti, idee e autoriflessioni Che lo scrittore compie traendo spunto dal Suo ricco corpus letterario.

Nel 2006 Viene anche pubblicato Sfide-Agenda 2007 Ordine del giorno delle Nazioni Unite ‘Colomba All’interno è possibile Trovare giorno per giorno le citazioni più belle di Coelho. Le sue opere, pubblicate in più di centocinquanta Paesi Tradotte e in sessantuno lingue, Hanno venduto oltre 130.000.000 di copie.

All’inizio di maggio del 2007 Viene pubblicato in Italia La Strega di Portobello (A bruxa de Portobello). Quest’ultimo libro racconta la storia di Athena narrata da più voci Raccolte dall’autore brasiliano.

Il 24 settembre 2008 Viene pubblicato in Italia Brida (Brida), Risalente in realtà al 1990 ma mai tradotto prima.

Curiosità

Coelho Stato è testimonial di uno spot televisivo della serie notebook HP.

Bibliografia italiana

 

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Sei tu

Mi spingi oltre i miei limiti
E sento di vivere appieno la mia Stessa vita,
in te Ho Incontrato me stesso
E ho guardato oltre,
Oltre inimmaginabile Ogni limite.
Ho guardato nel profondo dei tuoi occhi
cercando di comprenderti
ma, ho visto Tutto quello che di me
Avrei voluto vedere mai.
Ho visto la mia fragilità e la mia insicurezza
I miei sensi di colpa e complessi i miei
Le mie paure e la mia insofferenza
Ho visto le mie tenebre e i miei demoni
allora, ho guardato ancora oltre
E nel profondo del mio cuore, un mare in tempesta,
un oceano immenso dove tuffarsi e perdersi
E lì nel profondo della mia anima ho compreso!
Ho provato piacere e orgoglio
nel capire Quello che oggi provo
Oggi nel sapere chi sono veramente
adesso so che amo le cose belle
so che amo Tutto quello che la vita mi offre
E una di quelle sei tu.

Come il Che scorre Fiume

Essere come il fiume scorre Che
nella notte Silenzioso,
senza temere le tenebre.
Se ci sono stelle nel cielo, rifletterle.
E se i cieli si riempiono di nubi,
così come il fiume, le nubi sono d’acqua;
riflettere anch’esse, senza timore,
Nelle profondità tranquille.
Il gioco degli dei
Gli Dei lanciano i dadi, ma non domandano se vogliamo Partecipare al gioco.
Non vogliono sapere se hai LASCIATO Un uomo, una casa, un lavoro, una carriera, un sogno.
Gli Dei non Badano al Fatto che tu vuoi Avere una vita in CUI SIA Ogni cosa al proprio posto,
Ogni Desiderio in CUI SI Possa esaudire con il lavoro e la pertinacia.
Gli Dei non tengono Conto dei nostri piani e delle nostre speranze.
In qualche luogo dell’universo, Loro lanciano i dadi e, casualmente, vieni scelto tu.
Da quel momento in poi, vincere o perdere è solo Questione di opportunità.
Gli Dei lanciano i dadi e liberano l’amore Dalla sua gabbia.
Questa forza PUÒ Creare o Distruggere, una direzione della seconda in CUI soffiava il vento
nel momento in CUI si è liberata Dalla prigione. L’amore PUÒ condurci all’inferno o in paradiso,
comunque ci porta sempre in qualche luogo. É necessário accettarlo, perchè Esso
è Ciò che alimenta la nostra Esistenza.
Se non lo accettiamo, Moriremo di fama pur vedendo i rami dell’albero della vita carichi di frutti:
non avremo il coraggio di tendere la mano e di coglierli.
É necessário ricercare l’amore la dove si trova, anche se Ciò Potrebbe significare ore,
giorni, settimane di delusione e di tristezza. Perchè nel momento in CUI partiamo in cerca dell’amore,
anche l’amore muove per venirci incontro. E ci salva. E nell’amore non ESISTONO regole.
Possiamo Tentare di Seguire dei manuali, di Controllare il cuore, di Avere Una strategia di comportamento.
Ma sono tutte cose insignificanti. Decide il cuore.
QUANDO E Decidere Che conta è CIO.
Le cose che ho imparato Nella «Vita
Ecco Alcune delle Cose Che Ho Imparato Nella Vita:
Che non importa Quanto SIA buona una persona, ogni tanto ti ferirà. E
per questo, bisognerà che tu la perdoni.
Che ci vogliono anni per Costruire la fiducia e solo pochi secondi per
distruggerla.
Che non DOBBIAMO cambiare amici, se comprendiamo Che gli amici
Cambiano.
Che le circostanze e l’ambiente Hanno influenza su di noi, ma noi siamo
Responsabili di noi stessi.
Che, o sarai tu uno Controllare i tuoi atti, o ESSI controlleranno te.
Epoca Ho imparato Che gli eroi sono persone Che Hanno Fatto Ciò che
Necessario fare, affrontandone Le Conseguenze.
Che la pazienza Richiede molta pratica.
Che ci sono persone Che ci Amano, ma che semplicemente non Sanno come
dimostrarlo.
Che a volte, la persona che tu pensi ti sferrerà il colpo mortale,
Quando
cadrai, invece è una di quelle poche che ti aiuteranno uno rialzarti.
Che da solo Perché qualcuno non ti ama come tu vorresti, non significa Che
non ti ami con tutto se stesso.
Che Non Si deve mai dire uno un bambino che i sogni sono sciocchezze:
SAREBBE una tragedia se lo credesse.
Che non sempre è Sufficiente Essere perdonato da qualcuno. Nella
Maggior
parte dei casi sei tu uno dover perdonare te stesso.
Che non importa in quanti pezzi il tuo cuore si è spezzato; il mondo
non
si ferma, aspettando che tu lo ripari.
Forse Dio vuole Che incontriamo un po ‘di gente sbagliata prima di
Giusta Quella Cosi Quando finalmente la, Incontrare incontriamo,
sapremo
Essere venuto riconoscenti per quel regalo.
Quando la porta della felicità si chiude, Un’altra SI MA, APRE tante
volte guardiamo così uno lungo uno Quella chiusa, Quella Che Non vediamo
Che
è Stata aperta per noi.
La miglior specie d’amico è quel tipo con CUI puoi stare seduto in un
portico e camminarci insieme, senza dire una parola, e Quando vai via
Senti come se Fosse Stata La miglior conversazione mai avuta.
È vero Che non conosciamo Ciò che abbiamo prima di PERDERLO, ma è anche
Vero Che Non Sappiamo Ciò che ci è MANCATO Prima che arrivi.
Ci vuole solo un minuto per offendere qualcuno, Un’ora per piacergli, e
Una vita per dimenticarlo.
Non cercare le apparenze, possono ingannare.
Non cercare la salute, anche Quella PUÒ affievolirsi.
Cerca qualcuno che ti faccia sorridere perché ci vuole solo un sorriso
Quanto per sembrare brillante una giornataccia. Trova Quello che fa
sorridere il tuo cuore.
Ci sono momenti Nella «Vita in CUI qualcuno ti manca così tanto Che
vorresti proprio tirarlo fuori dai tuoi sogni per abbracciarlo davvero!
Sogna Ciò che ti va, vai dove vuoi; SII Ciò che vuoi essere, hai Perché
Una vita da solo e Una possibilità di fare le cose che vuoi fare. Puoi
Avere abbastanza felicità da renderti dolce, Difficoltà a sufficienza
da
renderti forte, dolore abbastanza da renderti umano Speranza,
Sufficiente uno renderti felice.
Mettiti sempre nei panni degli altri. Se ti senti stretto,
Probabilmente
anche loro si sentono cosi.
Le più felici delle persone, non necessariamente Hanno il meglio di
Ogni
Cosa; Soltanto traggono il meglio da Ogni cosa Che capite Loro sul
Cammino.
La felicita è ingannevole per Quelli che piangono, fanno Quelli che
Maschio, Quelli Che Hanno provato, solo così possono apprezzare
L’importanza delle persone Che Hanno toccato le Loro vite.
L’amore comincia con un sorriso, cresce con un bacio e finisce con un
Il.
Il miglior futuro è Basato sul passato dimenticato, non puoi andare
bene
Nella Vita Prima di Lasciare andare i tuoi fallimenti passati ei tuoi
dolori.
Quando sei nato, stavi piangendo e tutti intorno a te sorridevano.
Vivi la tua vita in modo Che Quando morirai, tu sia l’unico Che sorride
Ognuno e intorno a te piange “.

Ada Negri: Biogrfia, poesie e ultima sua opera

mercoledì, gennaio 13th, 2010

La Biografia di Ada Negri

Ada Negri nacque a Lodi il 3 febbraio del 1870. Le sue origini erano umili: suo padre Giuseppe era vetturino e sua madre, Vittoria Cornalba, tessitrice; passò l’infanzia nella portineria del palazzo dove la nonna, Peppina Panni, lavorava come custode presso la nobile famiglia Barni, legata un tempo alla celebre mezzosoprano Giuditta Grisi, fino alla morte della quale era stata governante Peppina: sul rapporto tra Grisi e la sua famiglia, Ada costruirà il mito della propria infanzia. In portineria Ada passava molto tempo sola, osservando il passaggio delle persone, come descritto nel romanzo autobiografico Stella Mattutina (1921).

Ad appena un anno dalla nascita era rimasta orfana del padre, avvinazzato e avvezzo al canto, considerato, dunque, un peso dalla madre Vittoria: fu grazie ai sacrifici di questa, la quale cercò un guadagno sicuro in fabbrica, che Ada poté frequentare la Scuola Normale femminile di Lodi, ottenendo il diploma di insegnante elementare.

Il suo primo impiego fu al Collegio Femminile di Codogno, nel 1887. La vera esperienza d’insegnamento che segnò la sua vita e la produzione artistica, però, fu intrapresa a partire dal 1888, nella scuola elementare di Motta Visconti, paesotto in provincia di Milano nel quale Ada passò il periodo più felice della sua vita; al mestiere di maestra è legata e contemporanea l’attività di poetessa: fu in questo periodo iniziò a pubblicare i suoi scritti su un giornale lombardo, il Fanfulla di Lodi.
In questo periodo compose le poesie poi pubblicate nel 1892 nella raccolta Fatalità: questo libro ebbe un grande successo, portando Ada ad acquistare grande fama, a tal punto che, su decreto del ministro Zanardelli, le fu conferito il titolo di docente ad honorem presso l’Istituto superiore “Gaetana Agnesi” di Milano. Così si trasferì con la madre nel capoluogo lombardo.

A Milano entrò in contatto con i membri del Partito socialista italiano, anche grazie agli apprezzamenti ricevuti da alcuni di essi per la propria produzione poetica, nella quale è molto sentita la questione sociale. Tra essi ebbe fondamentale ruolo il giornalista Ettore Patrizi, col quale ebbe intense relazioni epistolari; conobbe poi Filippo Turati, Benito Mussolini e Anna Kuliscioff (della quale ebbe a dire di sentirsi sorella ideale).

Nel 1894 vinse il Premio Milli per la poesia. Nello stesso anno uscì la sua seconda raccolta di poesie, Tempeste, meno apprezzata di Fatalità, nonché vittima di una forte critica da parte di Luigi Pirandello. In questo periodo la sua lirica si concentrò soprattutto su temi sociali ed ebbe forti toni di denuncia, tanto da farla definire la poetessa del Quarto Stato.

Il 1896 fu l’anno di uno sbrigativo e presto fallimentare matrimonio con Giovanni Garlanda, industriale tessile di Biella, dal quale ebbe la figlia Bianca, ispiratrice di molte poesie, e un’altra bambina, Vittoria, che morì a un mese di vita. Da questo periodo le sue vicende personali modificarono fortemente la sua poetica e le sue opere divennero fortemente introspettive e autobiografiche, come si vede in Maternità, pubblicato nel 1904, e Dal Profondo (1910).

La separazione avvenne nel 1913, anno in cui Ada si trasferì a Zurigo, dove rimase fino all’inizio della Prima Guerra Mondiale; da Zurigo scrive Esilio, pubblicato nel 1914, opera con evidente riferimento autobiografico, e la raccolta di novelle Le solitarie, pubblicata nel 1917, opera moderna e attenta alle molte sfaccettature della tematica femminile. L’anno seguente esce Orazioni, raccolta di odi alla patria: gli anni della guerra avevano trasformato la passione civile in patriottismo, accompagnato all’avvicinamento alle posizioni mussoliniane.

La corda principale della sua poesia erano ormai i sentimenti e, avanzando gli anni, la memoria: nel 1919, lo stesso anno in cui moriva la madre Vittoria, da un’altra esperienza amorosa nasceva una nuova raccolta di poesie, Il libro di Mara, raccolta inusuale per la società cattolica e conservatrice di quell’epoca. Due anni dopo, nel 1921, anno del matrimonio della figlia Bianca, è la volta di Stella mattutina, romanzo autobiografico di successo.

Nel 1931 fu insignita del Premio Mussolini per la carriera; erano gli anni in cui Benito Mussolini ancora utilizzava i rapporti nati nel suo periodo socialista. Il premio consacrò Ada Negri come intellettuale di regime, tanto che nel 1940 fu la prima donna membro dell’Accademia d’Italia. Non rinnegò mai la sua adesione al regime.

Ma ormai la sua vita era permeata da profondo pessimismo, chiusa in se stessa e in una ritrovata religiosità che la portarono ad affondare in un progressivo oblio.

Morì nel 1945.

 Le Poesie di Ada Negri

 “Cade la neve: tutt’intorno è pace  Ada Negri 

 Sui campi  sulle strade  

 silenziosa e lieve,
volteggiando la neve cade. Danza la falda bianca
nell’ampio ciel scherzosa
poi sul terren si posa stanca

 In mille immote forme
sui tetti e sui camini,
sui cippi e sui giardini
dorme.

 Tutto d’intorno è pace;
chiuso in oblio profondo
indifferente il mondo tace.

 

Le Primule

Sbocciano al tenuo sole

di marzo, ed al tepor dei primi venti,

folte, a mazzi, più larghe e più ridenti

de le viole.

Pei campi e su le rive

a piè de tronchi, ovunque, aprono a bere

aria e luce, anelando di piacere,

le bocche vive,

e son tutte esultanza per esse

i colli ed io le colgo a piene mani,

mentre mi cantan per le vene

sangue e speranza.

(Ada Negri)

Piove

Piove da un’ora soltanto

ma il bambino pensa che già

piova da tanto da tanto,

sopra la grande città.

Piove sui tetti e sui muri

piove sul lungo viale

piove sugli alberi oscuri

con ritmo triste e uguale.

Piove: e lo scroscio si sente

giungere dalle vetrate

che versan lacrime lente

come fanciulle imbronciate.

Piove laggiù sulla via

e in ogni casa già invade

l’intima malinconia

di quella pioggia che cade.

Ada Negri 

Fontana di Luce

Nel marzo ebro di sole il grande arbusto
in mezzo al prato si coprì di gialli
fioretti: le novelle accese rame
salenti e ricadenti con superba
veemenza di getto dànno raggi
e barbagli a mirarle; e tu quasi odi
scroscio di fonte uscir da loro; e tutta
la Primavera da quell’aurea polla
ti si versa cantando entro le vene

L’ultima opera di

Ada Negri

  ” Il dono” , di cui viene qui

riprodotto il frontespizio e

 la dedica autografa in una

rara prima edizione

 mondadoriana del 1936, è

 l’ultima opera poetica di

 Ada Negri, a cui seguirà

 “Fons Amoris” pubblicato

 postumo. Le fotografie

 sono invece tratte da “Il

libro di Ada Negri” di

 Nino Podenzani, una rara

 biografia edita nel 1969

 dalla casa editrice

 Ceschina di Milano. 

 

IL DONO

Il dono eccelso che di giorno in giorno
e d’anno in anno da te attesi, o vita,
(e per esso, lo sai, mi fu dolcezza
anche il pianto) non venne: ancor non venne.
Ad ogni alba che spunta io dico: – E’ oggi: –
ad ogni giorno che tramonta io dico:
– Sarà domani.- Scorre intanto il fiume
del mio sangue vermiglio alla sua foce:
e forse il dono che puoi darmi, il solo
che valga, o vita, è questo sangue: questo
fluir segreto nelle vene, e battere
dei polsi, e luce aver dagli occhi; e amarti
unicamente perché sei la vita

 

FINE

La rosa bianca, sola in una coppa
di vetro, nel silenzio si di sfoglia
e non sa di morire e anch’io la guardo
morire. Un dopo l’altro si distaccano
i petali; ma intatti: immacolati:
un presso l’altro con un tocco lieve
posano, e stanno: attenti, se un prodigio
li risollevi e li ridoni, ancora
vivi, candidi ancora, al gambo spoglio.
Tal mi sento cader sul cuore i giorni
del mio tempo fugace: intatti; e il cuore
vorrebbe, ma non può, comporli in una
rosa novella, su più alto stelo.

 

LA STIRPE

In questo giorno e in questo mese, nella
stagion mia piena, figlia, a me venisti
com’io, molt’anni innanzi, alla mia madre.
E se m’affondo nelle lontananze
del tempo, ascolto le scomparse donne
del ceppo nostro gemere al travaglio
dei parti, sempre con lo stesso grido
di carne: odo vagir le creature
create, sempre con lo stesso pianto.
E d’anello in anello si rannoda
fra l’ombre del passato la catena
dell’esistenze; e tu già cerchi il segno
del futuro nel riso adolescente
di Donata occhi d’ambra e nella ferma
fronte di Giudo occhi di smalto nero.
Vive eravamo entro l’inconscie forze
di colei che fu prima nella nostra
solida stirpe: vive pur saremo
nell’ultima, sin ch’ella avrà respiro.
Il nostro esister breve, in questa forma
ch’è tua, ch’è mia, che sparirà, non vale
se non pel filo che ne allaccia a vite
già conchiuse, ed a quelle che il domani
succedersi vedrà, l’una dall’altra
generate. O mia sola, o tante e tante
mie creature! O discendenza, giorno
senza tramonto! Così volge un fiume
con l’onde sue sempre le stesse, sempre
novelle, in corso ampio e perenne, al mare

 

IMPOSSIBILITA’

Un gemere di bimbo, nella notte.
Lungo, flebile, stanco. Donde venga
non so. Ma soffro: inutilmente soffro
di non sapere: di non poter nulla
per quel bimbo che piange. A che siam vivi,
se di tanto dolor che ne circonda
sì lieve parte, e sol quella che gli occhi
vedon, le mani toccano, ci è dato
consolare? Lamento senza viso
che giunge a me, ferendo l’ombra: quanti
che non udii, che non udrò, per tutta
la terra, ovunque sia carne che nasce,
che tribola, che muore -ovunque sia
cuore che duole, lagrima che sgorga,
uom contro uomo, sangue contro sangue.
Così diverso, delle umane stirpi
il costume, il linguaggio; e pur lo stesso
lagno trema sul labbro a ciascun bimbo
che lo stesso travaglio offre la vita:
l’uguale estremo rantolo s’agghiaccia
entro la gola di ciascun che spira.
Oh, per la vita e per la morte, pena
de’ miei fratelli, perché mai non posso
tutta affrontarti, tutta penetrarti,
tutta lenirti? Se ad amor sì vasto
l’anima è pronta, perché mai sì breve
il mio passaggio in terra, e sordo il muro
che m’imprigiona?

O sconosciuto, ignaro
del dolor che mi dai: questo mio male
ch’è più intenso del tuo, questo soffrire
umile e vano innanzi a te m’assolve