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Archive for gennaio, 2011

Riflessioni dell’Anima: Costruire il domani

giovedì, gennaio 6th, 2011

Costruire il Domani

Quanti di noi si chiedono: “Cosa ci riserverà il domani?”

Nessuno di noi sa darsi una risposta concreta,

Quante volte ci illudiamo di essere capaci di costruire il nostro domani e allora diciamo a noi stessi: “Ci penserò domani”.

Fermiamoci un momento e guardiamoci allo specchio: cosa vediamo?

Un volto, il tuo volto che invecchia giorno per giorno e allora pensiamo che quello che conta è vivere ogni momento della nostra vita nel presente e non pensare al domani, costruire e fare qualche cosa ad ogni costo, in questo momento e mettersi in gioco ogni giorno scalando la cima più alta che ci possiamo trovare davanti, arrivare in alto senza guardare indietro e quando giungeremo alla vetta solo allora avremmo raggiunto un pezzetto di eternità.

Ecco il nostro domani, costruire il presente e realizzare tutti i nostri proggetti di vita

Epicuro: lettera sulla Felicità

giovedì, gennaio 6th, 2011

La Biografia di Epicuro

Epicuro, fondatore e maggior rappresentante della scuola epicurea, nacque a Samo nell’anno 342 a. C.. Apprese dai suoi maestri il pensiero di Platone e quello di Democrito. Ebbe anche modo di accostarsi alle opere essoteriche di Aristotele. Tenne scuola a Mitilene e a Lampsaco, per poi trasferirsi ad Atene dove fondò una scuola, detta il Giardino, che fu molto frequentata, nonostante la contemporanea presenza nella città dell’Accademia e del Liceo. Scrisse molte opere, tra cui una Sulla natura, una Sul criterio o canone e le Massime capitali. Quest’ultimo scritto ci è pervenuto, assieme a tre lettere e ad alcuni frammenti. Morì ad Atene nel 270 a.C..
http://www.ildiogene.it/EncyPages/Ency=Epicuro.html

Lettera sulla Felicità (Epicuro)

                                Meneceo,

Non si è mai troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’anima. Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l’età. Da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l’avvenire. Cerchiamo di conoscere allora le cose che fanno la felicità, perché quando essa c’è tutto abbiamo, altrimenti tutto facciamo per averla.

Pratica e medita le cose che ti ho sempre raccomandato: sono fondamentali per una vita felice. Prima di tutto considera l’essenza del divino materia eterna e felice, come rettamente suggerisce la nozione di divinità che ci è innata. Non attribuire alla divinità niente che sia diverso dal sempre vivente o contrario a tutto ciò che è felice, vedi sempre in essa lo stato eterno congiunto alla felicità. Gli dei esistono, è evidente a tutti, ma non sono come crede la gente comune, la quale è portata a tradire sempre la nozione innata che ne ha. Perciò non è irreligioso chi rifiuta la religione popolare, ma colui che i giudizi del popolo attribuisce alla divinità.

Tali giudizi, che non ascoltano le nozioni ancestrali, innate, sono opinioni false. A seconda di come si pensa che gli dei siano, possono venire da loro le più grandi sofferenze come i beni più splendidi. Ma noi sappiamo che essi sono perfettamente felici, riconoscono i loro simili, e chi non è tale lo considerano estraneo. Poi abituati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza. L’esatta coscienza che la morte non significa nulla per noi rende godibile la mortalità della vita, togliendo l’ingannevole desiderio dell’immortalità.

Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c’è da temere nel non vivere più. Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l’affligge la sua continua attesa. Ciò che una volta presente non ci turba, stoltamente atteso ci fa impazzire. La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi. Non è nulla né per i vivi né per i morti. Per i vivi non c’è, i morti non sono più. Invece la gente ora fugge la morte come il peggior male, ora la invoca come requie ai mali che vive.

Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più. La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere. Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce. Chi ammonisce poi il giovane a vivere bene e il vecchio a ben morire è stolto non solo per la dolcezza che c’è sempre nella vita, anche da vecchi, ma perché una sola è l’arte del ben vivere e del ben morire. Ancora peggio chi va dicendo: bello non essere mai nato, ma, nato, al più presto varcare la porta dell’ Ade.

Se è così convinto perché non se ne va da questo mondo? Nessuno glielo vieta se è veramente il suo desiderio. Invece se lo dice così per dire fa meglio a cambiare argomento. Ricordiamoci poi che il futuro non è del tutto nostro, ma neanche del tutto non nostro. Solo così possiamo non aspettarci che assolutamente s’avveri, né allo stesso modo disperare del contrario. Così pure teniamo presente che per quanto riguarda i desideri, solo alcuni sono naturali, altri sono inutili, e fra i naturali solo alcuni quelli proprio necessari, altri naturali soltanto. Ma fra i necessari certi sono fondamentali per la felicità, altri per il benessere fisico, altri per la stessa vita.

Una ferma conoscenza dei desideri fa ricondurre ogni scelta o rifiuto al benessere del corpo e alla perfetta serenità dell’animo, perché questo è il compito della vita felice, a questo noi indirizziamo ogni nostra azione, al fine di allontanarci dalla sofferenza e dall’ansia. Una volta raggiunto questo stato ogni bufera interna cessa, perché il nostro organismo vitale non è più bisognoso di alcuna cosa, altro non deve cercare per il bene dell’animo e del corpo. Infatti proviamo bisogno del piacere quando soffriamo per la mancanza di esso. Quando invece non soffriamo non ne abbiamo bisogno.

Per questo noi riteniamo il piacere principio e fine della vita felice, perché lo abbiamo riconosciuto bene primo e a noi congenito. Ad esso ci ispiriamo per ogni atto di scelta o di rifiuto, e scegliamo ogni bene in base al sentimento del piacere e del dolore. E’ bene primario e naturale per noi, per questo non scegliamo ogni piacere. Talvolta conviene tralasciarne alcuni da cui può venirci più male che bene, e giudicare alcune sofferenze preferibili ai piaceri stessi se un piacere più grande possiamo provare dopo averle sopportate a lungo. Ogni piacere dunque è bene per sua intima natura, ma noi non li scegliamo tutti. Allo stesso modo ogni dolore è male, ma non tutti sono sempre da fuggire.

Bisogna giudicare gli uni e gli altri in base alla considerazione degli utili e dei danni. Certe volte sperimentiamo che il bene si rivela per noi un male, invece il male un bene. Consideriamo inoltre una gran cosa l’indipendenza dai bisogni non perché sempre ci si debba accontentare del poco, ma per godere anche di questo poco se ci capita di non avere molto, convinti come siamo che l’abbondanza si gode con più dolcezza se meno da essa dipendiamo. In fondo ciò che veramente serve non è difficile a trovarsi, l’inutile è difficile.

I sapori semplici danno lo stesso piacere dei più raffinati, l’acqua e un pezzo di pane fanno il piacere più pieno a chi ne manca. Saper vivere di poco non solo porta salute e ci fa privi d’apprensione verso i bisogni della vita ma anche, quando ad intervalli ci capita di menare un’esistenza ricca, ci fa apprezzare meglio questa condizione e indifferenti verso gli scherzi della sorte. Quando dunque diciamo che il bene è il piacere, non intendiamo il semplice piacere dei goderecci, come credono coloro che ignorano il nostro pensiero, o lo avversano, o lo interpretano male, ma quanto aiuta il corpo a non soffrire e l’animo a essere sereno.

Perché non sono di per se stessi i banchetti, le feste, il godersi fanciulli e donne, i buoni pesci e tutto quanto può offrire una ricca tavola che fanno la dolcezza della vita felice, ma il lucido esame delle cause di ogni scelta o rifiuto, al fine di respingere i falsi condizionamenti che sono per l’animo causa di immensa sofferenza. Di tutto questo, principio e bene supremo è la saggezza , perciò questa è anche più apprezzabile della stessa filosofia, è madre di tutte le altre virtù. Essa ci aiuta a comprendere che non si dà vita felice senza che sia saggia, bella e giusta, né vita saggia, bella e giusta priva di felicità, perché le virtù sono connaturate alla felicità e da questa inseparabili.

Chi suscita più ammirazione di colui che ha un’opinione corretta e reverente riguardo agli dei, nessun timore della morte, chiara coscienza del senso della natura, che tutti i beni che realmente servono sono facilmente procacciabili, che i mali se affliggono duramente affliggono per poco, altrimenti se lo fanno a lungo vuol dire che si possono sopportare ? Questo genere d’uomo sa anche che è vana opinione credere il fato padrone di tutto, come fanno alcuni, perché le cose accadono o per necessità, o per arbitrio della fortuna, o per arbitrio nostro. La necessità è irresponsabile, la fortuna instabile, invece il nostro arbitrio è libero, per questo può meritarsi biasimo o lode.

Piuttosto che essere schiavi del destino dei fisici, era meglio allora credere ai racconti degli dei, che almeno offrono la speranza di placarli con le preghiere, invece dell’atroce, inflessibile necessità. La fortuna per il saggio non è una divinità come per la massa – la divinità non fa nulla a caso – e neppure qualcosa priva di consistenza. Non crede che essa dia agli uomini alcun bene o male determinante per la vita felice, ma sa che può offrire l’avvio a grandi beni o mali.

Però è meglio essere senza fortuna ma saggi che fortunati e stolti, e nella pratica è preferibile che un bel progetto non vada in porto piuttosto che abbia successo un progetto dissennato. Medita giorno e notte tutte queste cose e altre congeneri, con te stesso e con chi ti è simile, e mai sarai preda dell’ansia. Vivrai invece come un dio fra gli uomini. Non sembra più nemmeno mortale l’uomo che vive fra beni immortali.

 

 

Blaise Pascal: Le ragioni del cuore

mercoledì, gennaio 5th, 2011

La Biografia di Blaise Pascal

Blaise Pascal (Clermont-Ferrand), Auvergne, Francia 19 giugno 1623 – Parigi, 19 agosto, 1662) fu un matematico, fisico e filosofo religioso francese. I suoi contributi alle scienze naturali comprendono: la costruzione di calcolatori meccanici, considerazioni sulla teoria delle probabilità, studi sui fluidi, e la chiarificazione di concetti come pressione e vuoto. Seguendo una profonda esperienza religiosa, nel 1654, Pascal abbandonò la matematica e la fisica per la filosofia e la teologia
Nato a Clermont-Ferrand, Puy-de-Dôme, in Francia, Blaise Pascal perse la madre all’età di tre anni. Venne allevato dal padre, Étienne Pascal (1588 – 1651), un matematico, assieme alla sorella Jacqueline Pascal (1625 – 1661).
Gli storici dell’informatica riconoscono il suo contributo in questo campo quando, appena diciottenne, iniziò a costruire calcolatori meccanici capaci di addizioni e sottrazioni (il Museo Zwinger di Dresda in Germania mostra uno dei suoi calcolatori originali). All’età di sedici anni elaborò anche un trattato sulle sezioni coniche. Nel 1654, spinto dall’interesse di un amico in problemi legati alle scommesse, avviò una corrispondenza con Fermat e stese un piccolo saggio sulle probabilità.
Più tardi formulò la Scommessa di Pascal, un’argomentazione per la fede in Dio basata sulle probabilità (ma “i misteri della Divinità – ebbe a dire – sono troppo sacri per essere profanati dalle nostre dispute”; e chissà se Einstein pensasse a lui nell’affermare che “Dio non gioca a dadi”).
Il Triangolo di Pascal, un modo di presentare i coefficienti binomiali, porta il suo nome, anche se i matematici conoscevano tali coefficienti già da tempo.
Il suo notevole contributo nello studio dei fluidi (idrodinamica e idrostatica) si incentrò sul principio di fluido idraulico. Le sue invenzioni comprendono la pressa idraulica (che usa la pressione per moltiplicare la forza) e la siringa. Pascal chiarificò concetti quali pressione (la cui unità di misura porta il suo nome) e vuoto.
Nel 1650, sofferente per la salute cagionevole, Pascal si ritirò dalla matematica. Comunque nel 1653, quando la salute migliorò, scrisse Traité du triangle arithmétique nel quale descrisse il “triangolo aritmetico” che porta il suo nome.
A seguito di un incidente avvenuto nel 1654, sul ponte di Neuilly, nel quale i cavalli finirono oltre il parapetto ma la carrozza sopravvisse miracolosamente, Pascal abbandonò la matematica e la fisica per la filosofia e la teologia.Da quel momento Pascal entrò a far parte dei solitari di Port-Royal, fra i quali vi era gia sua sorella e qui entro nella stta dei giansenisti.In quel periodo vi era una disputa tra giansenisti e i teologi della Sorbona di Parigi e ad essa intervenne Pascal.Il 23 gennaio 1656 pubblicava con lo pseudonimo di Luigi di Montalto le sue prime lettere scritte da un provinciale ad uno dei suoi amici intorno alle dispute attuali della Sorbona ; ad essa seguirono altre 17 lettere l’ ultima è datata 24 marzo 1657 Nel 1660, il Re Luigi XIV di Francia ordinò la distruzione delle Lettere provinciali di Pascal, una difesa del Giansenista Antoine Arnauld.

Pascal non completò mai il suo lavoro più influente, i Pensées (i Pensieri), ma una versione delle sue note per il libro venne stampata nel 1670, otto anni dopo la sua morte, e subito divenne un classico della letteratura devota.

Da Wikipedia

Le Frasi di Blaise Pascal

 

Chi comunica poco cogli uomini, rade volte è misantropo. Veri misantropi non si trovano nella solitudine, ma nel mondo: perché l’uso pratico della vita, e non già la filosofia, è quello che fa odiare gli uomini. E se uno che sia tale, si ritira dalla socierà, perde nel ritiro la misantropia.

Blaise Pascal

Aforismi di Blaise Pascal

 

La natura ha delle perfezioni per dimostrare che essa è l’immagine di Dio e ha dei difetti per mostrare che ne è solo un’immagine.

Le qualità dell’animo non si possono acquistare con l’abitudine; si possono solo perfezionare.

Un medesimo significato cambia secondo le parole che lo esprimono. I significati ricevono dalle parole la loro dignità, invece di conferirla ad esse. Bisogna cercare degli esempi.